Voci globali

Congo, schiavi dei minerali digitali: la loro storia in un “corto”

Di Elena Paparelli

La Fondazione Internazionale Buon Pastore ONLUS ha recentemente prodotto il documentario d’eccezione Maisha: A New Life Outside The Mines, che ha per oggetto d’indagine gli schiavi dei “minerali digitali” impegnati in condizioni disumane nelle miniere del Katanga, in Congo. I materiali come coltan, rame, cobalto che finiscono nei nostri smartphone e nei nostri computer, vengono proprio da queste zone della terra infernali, dove “gli artigiani minerari” vivono in condizioni di vita iper precarie e estremamente rischiose per la salute.

Esporre il proprio corpo al contatto di metalli pesanti e uranio per tante ore (ricevendo in cambio pochi dollari al giorno per sopravvivere) è quanto accade ai protagonisti di questo documentario di denuncia (e insieme di speranza) realizzato da Bernhard Werner e Luca Paradiso, che raccoglie alcune esperienza di vita degli artigiani minerari di Kolwezi, la più grande zona di estrazione e cobalto della Repubblica Democratica del Congo, nella regione meridionale del Katanga (24mila miliardi di dollari il suo valore complessivo).

Il documentario è stato girato nel 2015 ma è ora che inizia la sua divulgazione a livello internazionale, come ci racconta in questa video intervista Cristina Duranti, direttrice della Fondazione Internazionale Buon Pastore ONLUS.

Con lei ragioniamo inoltre su come cambia il meccanismo della solidarietà internazionale in zone come il Congo, caratterizzato da fortissime criticità sociali.

Il lavoro di Werner e Paradiso contiene tuttavia un messaggio di speranza, perché racconta anche il piccolo progetto dal basso, ma importantissimo, realizzato dalla Fondazione per offrire una possibilità di riscatto ai tanti artigiani minerari di questa zona dimenticata dal mondo “interconnesso”, che di possibilità non sembravano averne alcuna.

Sullo sfruttamento delle miniere del Congo è intervenuto di recente anche Amnesty International, che ha pubblicato un’indagine insieme ad Afrewatch, da cui si evince che i principali marchi di elettronica non sono impegnati nei necessari controlli di base per assicurare che il cobalto utilizzato nei loro prodotti non sia l’esito di soprusi e sfruttamento.

Da vociglobali

29 gennaio 2016