Emfa, la grande incompiuta

“Oggi per tenere sotto scacco la democrazia basta controllare i decisori”

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È un Canfora amaro quello con cui parliamo in questo autunno. Ha da poco dato alle stampe due saggi di altissima qualità e anch’essi piuttosto tristi: “La parabola della Repubblica”, edito da Sellerio, e “Democrazia”, volume d’esordio della collana “Parole pericolose” di Laterza.

Parliamo con uno dei massimi esponenti della cultura italiana nel momento in cui il trumpismo sembra finalmente essere entrato in crisi, in Italia la maggioranza rinnega la propria vicinanza al movimento MAGA, la Francia è scossa da scioperi continui, la Spagna è attraversata dalle manifestazioni per il diritto all’abitare, in Germania stanno avanzando i neonazisti di Alternative für Deutschland ma al contempo anche una mobilitazione studentesca e giovanile che non si vedeva da tempo e, a tal proposito, assistiamo a un protagonismo continentale della Generazione Z che non può che riempirci di gioia. Avvertiamo, insomma, un senso di fragilità e di solitudine ma pure di speranza, e non può esserci interlocutore migliore per analizzare il tutto.

Come nasce la parola “democrazia” e com’è cambiata nel corso dei secoli?

“Democrazia”, in realtà, nasce come insulto delle minoranze oligarchiche all’indirizzo delle frange popolari, rappresentative della maggioranza, che pretendevano di governare. Questa era la realtà delle città della Grecia antica. Successivamente, acquisisce un’accezione positiva, fino a significare, per l’appunto, “potere del popolo”. Peccato che non ci si ricordi mai che questo tipo di esperimenti sia fallito abbastanza presto, anche per via dell’affermazione delle monarchie assolute in era medievale. Nell’Ottocento, cominciano a farsi nuovamente strada alcuni afflati democratici, anche se per arrivare alla concezione contemporanea della democrazia sarebbe stato necessario attendere almeno un secolo, ossia dopo la Seconda guerra mondiale, una volta caduti i regimi totalitari che avevano insanguinato la prima metà di quello che Hobsbawm ha definito il “Secolo breve”.

Oggi, in effetti, stiamo assistendo a una regressione del concetto di democrazia. Chiunque si sforzi di farlo rispettare pienamente viene, infatti, tacciato di populismo. Lei nel suo saggio parla del rapporto fra uguaglianza e maggioranza: che nesso c’è?

Corrono alcune leggende in tal senso. Basti pensare al fatto che la nostra Costituzione preveda un sistema proporzionale di fatto, mentre noi, parlando delle leggi elettorali che si sono succedute nell’ultimo trentennio, abbiamo introdotto dapprima un sistema maggioritario e poi un proporzionale sfregiato da premi di maggioranza più o meno indecenti e dalle liste bloccate. Ormai il sistema politico vive separato dal corpo sociale: è un altro mondo, è autoreferenziale, disprezza le persone normali e utilizza il concetto di “populismo” senza conoscerne nemmeno la storia, non solo in Italia ma direi nel mondo. Continuando di questo passo, qualcuno arriverà a definire “populista” e “sovranista” anche la nostra Costituzione, senza tenere conto del lungo percorso che la precede: dalla Costituzione francese del 1793 a quelle dell’Ottocento.

“La sovranità appartiene al popolo”, al contrario, costituisce un argine al loro astio nei confronti di tutto ciò che si muove nel grembo della società, in quanto spesso foriero di proposte assai più sensate di quelle portate avanti dalle oligarchie al potere e dai loro referenti.

Non a caso, in un altro suo recente saggio, “La parabola della Repubblica” (Sellerio editore), al capitolo 4 lei si interroga: “Attuare la Costituzione o delegittimarla”. Direi che abbia prevalso la seconda tendenza…

Molti articoli della nostra Carta, attualmente, sono del tutto disattesi. Come dicevo in precedenza, dal 1993 noi votiamo con leggi elettorali assurde, in contrasto con l’articolo 48. Senza contare il fatto che, alle nostre latitudini, non si possa parlare nemmeno di tassare gli extraprofitti bancari, là dove la Costituzione prevede, invece, che qualunque attività privata, per quanto libera e pienamente legittima, non possa mai andare a scapito del pubblico.

Perché, a suo giudizio, l’essenza della democrazia è in crisi profonda in tutto il Vecchio Continente?

Mi viene in mente “Morte a Venezia”, il capolavoro di Thomas Mann. L’Europa contemporanea ricorda il personaggio di Gustav von Aschenbach, che si illude di poter ritrovare la propria giovinezza per rimanere accanto a un giovane bellissimo di cui si è innamorato, non scappando nemmeno di fronte all’epidemia di colera che ormai imperversa in città fiaccando irreversibilmente il suo fisico. Ecco, l’Europa contemporanea si è innamorata di un modello di crescita e di sviluppo assolutamente insostenibile e ne rimane in adorazione non riuscendo ad allontanarsene, ben consapevole che ciò la condurrà alla morte.

In un capitolo di “Democrazia”, lei parla di perplessità “liberali”, scontentezza “democratica” e pessimismo “conservatore”. Vorrei concentrarmi in particolare sulle perplessità liberali…

I liberali, talvolta, pensano di poter fare a meno della democrazia. Persino un gigante come Benedetto Croce, prima di diventare un’icona dell’anti-fascismo, nel ’22 fu un sostenitore di Mussolini. Diciamo che si tratta di un universo che ha contribuito a far sì che le persone si illudessero di contare davvero quando, ahinoi, specie di questi tempi, chi assume le decisioni da cui dipende il nostro futuro non si sottopone ad alcuna elezione, e questo sembra non turbare più di tanto i seguaci di questa corrente di pensiero.

Del resto, fu proprio Mussolini a definire le elezioni “ludi cartacei”.

Sì, ma stiamo attenti a non fare confusione. Mussolini, restando in tema, costituiva la negazione della democrazia; le élite tendono, più banalmente, a non rendersi conto dei pericoli che stiamo correndo.

A proposito di élite e disprezzo per il voto popolare, è bene riflettere sull’atteggiamento che gli “ottimati” nostrani hanno manifestato nei confronti del voto in Sassonia-Anhalt: un voto inquietante, sia chiaro, ma non per questo da ignorare o, peggio ancora, irridere.

È così, ma siamo rimasti in pochi a sostenerlo.

In uno dei capitoli più importanti del libro, lei parla di democrazia “consiliare”, “progressiva”, “denghista”: ci spieghi questi concetti.

Voglio appuntare la mia attenzione in particolare sul concetto di democrazia “consiliare” e voglio farlo citando il Lenin presente all’interno del libro: “Le forme di dominio dello Stato possono essere diverse. Il capitale manifesta la sua forza in un determinato modo là dove esiste una certa forma di dominio e in un altro modo dove ne esiste un’altra. Ma in fondo il potere resta nelle mani del capitale, sia che esista il diritto di voto censitario o un altro diritto, sia che esista o no la repubblica democratica. Anzi, quanto più la repubblica è democratica tanto più brutale, più cinico è il dominio del capitalismo. Una delle repubbliche più democratiche del mondo sono gli Stati Uniti d’America, ed in nessun luogo come in questo paese il potere del capitale, il potere di un pugno di miliardari su tutta la società si manifesta così aperta come in America. Il capitale, dal momento in cui esiste, domina su tutta la società, e nessuna repubblica democratica, nessuna legge elettorale muta la sostanza delle cose. La repubblica democratica e il suffragio universale, in confronto al regime feudale hanno segnato un enorme progresso; hanno dato al proletariato la possibilità di raggiungere quell’unione, quella compattezza che ora possiede, di formare quelle schiere salde e disciplinate che conducono una lotta sistematica contro il capitale”. E ancora: “L’umanità ha marciato verso il capitalismo; grazie alla cultura urbana ha dato la possibilità alla classe oppressa dei proletari di prendere coscienza di se stessa e di creare il movimento operaio mondiale, milioni di operai organizzati in tutto il mondo in quei partiti socialisti i quali dirigono coscientemente la lotta delle masse. Senza il parlamentarismo, senza le elezioni questo sviluppo della classe operaia sarebbe stato impossibile. Ecco perché tutto ciò ha acquistato agli occhi di masse vastissime una così grande importanza”. Infine: “Non soltanto le persone che si trovano in dipendenza diretta dalla borghesia, non soltanto coloro che si trovano sotto la pressione diretta del capitale o che sono corrotti da esso (una moltitudine di ogni genere, di scienziati, di artisti, di preti ecc.) ma anche le persone che si trovano semplicemente sotto l’influenza di pregiudizi come la libertà borghese, tutta questa gente è insorta contro il bolscevismo in tutto il mondo. Perché? Perché fin dalla sua fondazione la Repubblica sovietica ha ripudiato la menzogna borghese e ha dichiarato apertamente: voi chiamate il vostro Stato libero, ma in realtà finché esiste la proprietà privata il vostro Stato, anche se è una repubblica democratica, non è altro che una macchina nelle mani dei capitalisti per opprimere: più lo Stato è libero, più chiaramente questo risalta. Ne sono esempio la Svizzera in Europa e gli Stati Uniti in America. In nessun luogo il capitale domina così cinicamente e inesorabilmente”.

Sono riflessioni tuttora attuali.

Lei è nato durante la guerra, al crepuscolo del fascismo. Secondo lei, con tutto questo riarmo e questo spirito bellicista, c’è il rischio che si passi da una democrazia di facciata a una dittatura vera?

No, perché non conviene e non serve più. Per esercitare il controllo sulle masse, basta controllare i decisori: tanto per citare un esempio, quando sono stati stanziati centinaia di miliardi di euro per il riarmo, nessun parlamento si è potuto pronunciare in merito. A cosa servono oggi la Marcia su Roma o il rogo del Reichstag?

Nel 2027 si voterà in Francia, in Italia e in Polonia, il prossimo 29 novembre si voterà in Spagna. Cosa prevede e cosa teme?

Non sono un profeta, ma mi par di capire che in Francia, al momento, non ci siano argini a Marine Le Pen, anche perché Macron ha dato pessima prova di sé. Quanto all’Italia, il campo progressista sta facendo di tutto per farsi del male e, ahinoi, come al solito, ci sta riuscendo.


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