Tutto come previsto. Quando il palazzo va in crisi di nervi, quando la realtà inciampa nei teoremi e la propaganda sbatte contro la nuda e cruda verità dei fatti, la risposta del potente di turno è l’attacco contro i giudici che non si inchinano e contro i giornalisti che osano fare domande. È la sindrome dell’intolleranza permanente verso le regole dello Stato di diritto, la stessa che abbiamo visto esplodere attorno al caso della scarcerazione di Youssef Siher, l’attivista milanese il cui fermo d’urgenza è stato smontato da una saggia e rigorosa decisione della Gip del Tribunale di Milano, Tiziana Landoni, la quale ha semplicemente ricordato alla Procura e ai pasdaran della sicurezza a tutti i costi che non basta un teorema accusatorio per calpestare la libertà personale, e che le chat e le proteste radicali o la disobbedienza civile non sono eversione armata, tanto più quando le stesse cronache inchiodano i costruttori di fake news alla realtà temporale: quelle chat nacquero dopo gli scontri e non prima, per buona pace dei cantastorie della propaganda governativa. Eppure, di fronte a un’ordinanza fondata sulla Costituzione e sul codice penale, si è scatenata la tempesta perfetta della destra con la presidente del Consiglio che grida allo scandalo definendo “vergognosa” una decisione giudiziaria, il vicepremier Salvini che evoca addirittura la responsabilità patrimoniale e personale dei magistrati come in un vecchio tribunale inquisitorio, e l’asse finto-moderato di Tajani che si accoda all’allarme securitario, confermando che il garantismo di facciata svanisce non appena il bersaglio non è un alleato ma un cittadino qualunque da dare in pasto alla propaganda.
E il copione si è ripetuto plasticamente anche in quella conferenza stampa dove, di fronte alla richiesta di un minimo di onestà intellettuale su un errore marchiano nei tempi verbali e nella ricostruzione dei fatti, la reazione di Giorgia Meloni si è tradotta in un attacco alla stampa libera, quasi che fare domande scomode fosse un atto di lesa maestà o un favore al nemico di turno. Hanno ragione i vertici del Tribunale di Milano a definire irricevibili questi attacchi, perché qui non si discute del destino di un singolo individuo, ma della tenuta stessa della nostra democrazia costituzionale, dell’indipendenza di un giudice terzo che non deve rendere conto al consenso della piazza o ai desideri del palazzo, e del dovere inderogabile di costruire una scorta mediatica e civile, perché quando il potere politico comincia a considerare la legge un fastidioso intralcio e la stampa un nemico da intimidire, a saltare non è solo l’autonomia delle toghe, ma la libertà di ciascuno di noi.
