Emfa, la grande incompiuta

Emma Bonino, la disobbedienza civile come forma di libertà

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Era il 1975 ed Emma Bonino aveva appena compiuto una delle azioni che avrebbero segnato la sua storia politica: aveva portato alla luce la tragedia degli aborti clandestini, distribuendo in piazza materiale informativo sulla contraccezione e sull’interruzione volontaria di gravidanza. Per quella scelta di disobbedienza civile fu fermata dalla polizia. Ma lei, nella foto in bianco e nero ai piedi della camionetta, sorrideva.

Io sarei nata l’anno dopo, nel 1976. Un anno in cui in Italia le donne ancora lottavano per essere riconosciute pienamente come persone, per sottrarre i propri corpi al controllo dello Stato, della Chiesa, della famiglia patriarcale. Un anno in cui la parola femminismo era una parola di conflitto, di trasformazione, di libertà.

Quando sono venuta al mondo, Emma Bonino era già sulle barricate. Era una giovane donna che aveva scelto di mettere il proprio corpo dentro la storia, di praticare quella che sarebbe diventata la sua cifra politica: la disobbedienza civile. Aveva compreso prima di molti altri che davanti a una legge ingiusta non basta indignarsi: bisogna assumersi il rischio della responsabilità individuale e collettiva.

La sua storia politica nasce dentro il Partito Radicale di Marco Pannella, in una stagione in cui i diritti civili non erano acquisiti ed erano ancora terreno di acceso scontro. Emma è stata protagonista delle battaglie che portarono al referendum sul divorzio del 1974 e poi alla conquista della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza nel 1978, una delle più importanti vittorie di autodeterminazione delle donne italiane.

Ma la sua idea di libertà non si è mai fermata al diritto delle donne di scegliere sul proprio corpo. Emma Bonino ha intrecciato le battaglie civili con quelle per i diritti umani universali: contro la pena di morte, contro la fame nel mondo, contro ogni forma di violenza esercitata sui più vulnerabili. Negli anni Novanta, da commissaria europea, si è occupata di aiuti umanitari e di crisi internazionali, portando nelle istituzioni europee quello stesso radicalismo dei diritti che aveva praticato nelle piazze.

La mia generazione ha ricevuto in eredità alcune libertà che sembravano naturali. Abbiamo potuto studiare, scegliere, amare, decidere della maternità. Abbiamo potuto pensare che certe battaglie fossero definitivamente vinte. Poi abbiamo imparato — anche grazie a donne come Emma Bonino — che i diritti non sono monumenti immobili: sono organismi vivi, che hanno bisogno di cura, vigilanza, difesa quotidiana.

Emma lo ha ripetuto molte volte: «I diritti civili non sono scritti nella pietra». Una frase che oggi suona come un avvertimento politico, soprattutto in un tempo in cui vediamo riaffacciarsi tentativi di limitare l’autodeterminazione femminile e di mettere nuovamente sotto tutela corpi e libertà.

Emma Bonino non è mai stata una donna accomodante. Non ha cercato il consenso facile. Ha conosciuto l’impopolarità, l’isolamento, perfino l’incomprensione. Ma ha avuto il coraggio di chi sa che la politica non è soltanto gestione del presente: è capacità di immaginare un futuro diverso.

«La politica non è mai un mestiere, è una passione», ha detto. Ed è forse questa una delle sue eredità più profonde: la politica, quando è autentica, non è una carriera personale ma una responsabilità verso le vite degli altri.

Da femminista guardo alla sua storia con gratitudine e anche con uno sguardo critico, perché ogni grande figura pubblica appartiene al conflitto delle idee. Emma Bonino viene da una tradizione radicale, liberale, fortemente individualista. Il femminismo contemporaneo ha ampliato il campo, mettendo in relazione genere, classe, razza, disabilità, orientamento sessuale, disuguaglianze economiche e rapporti di potere.

Ma sarebbe un errore storico dimenticare che senza alcune donne capaci di aprire crepe nei muri del potere, molte delle porte che oggi attraversiamo non esisterebbero.

Emma ha dato voce alle donne rese invisibili dalla clandestinità dell’aborto. Alle persone costrette a chiedere permesso sul proprio corpo. A chi non aveva strumenti per difendersi dalle ingiustizie. Ha fatto della propria esperienza personale uno strumento politico, dimostrando che anche un corpo femminile, spesso considerato luogo di controllo e subordinazione, può diventare spazio di resistenza.

È stata la donna che ha trasformato la fragilità in forza politica. Che ha scelto la non violenza come metodo e la radicalità come linguaggio. Che ha saputo stare sola quando necessario, perché spesso i cambiamenti più importanti nascono da minoranze ostinate che rifiutano di accettare ciò che viene presentato come inevitabile.

Per noi nate nel 1976 Emma Bonino è stata una presenza familiare: una voce che arrivava dai telegiornali, dalle piazze, dai referendum, dalle istituzioni. Una donna che ci ricordava che la libertà non è mai un regalo ricevuto, ma una pratica quotidiana. Oggi, mentre assistiamo a nuovi tentativi di restringere gli spazi di autodeterminazione delle donne, mentre i diritti conquistati tornano a essere terreno di battaglia politica, la sua voce torna necessaria.

«Se non vi occupate dei diritti conquistati vi alzerete un bel giorno e non ne avrete più»: dovremmo scrivere questa frase nelle scuole, nelle redazioni, nei luoghi della politica. Perché il femminismo non è soltanto memoria delle battaglie vinte. È la capacità di riconoscere quelle ancora da combattere.

Grazie Emma, per averci insegnato che la libertà non si eredita: si difende. E qualche volta, per difenderla, bisogna avere il coraggio di disobbedire.

 


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