La decisione della giuria maltese di assolvere Yorgen Fenech, accusato di essere il mandante dell’assassinio di Daphne Caruana Galizia, ci lascia sgomenti. Nove anni dopo quell’autobomba, esplosa il 16 ottobre 2017, sappiamo chi l’ha materialmente uccisa, chi ha procurato l’ordigno, chi lo ha collocato e fatto esplodere. Eppure non sappiamo ancora chi abbia ordinato di uccidere Daphne. Una sentenza non può cancellare una domanda di verità e di giustizia che resta drammaticamente aperta. Oggi siamo vicini alla famiglia di Daphne, ai suoi colleghi, ai giornalisti e a quella parte della società civile maltese che in tutti questi anni non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia. Daphne è stata assassinata per il suo lavoro di giornalista. Perché indagava sulla corruzione, sugli intrecci tra politica, potere economico e affari. Aveva paura di essere uccisa e lo Stato non è riuscito a proteggerla. Per questo il caso Daphne non riguarda soltanto Malta. Riguarda l’Europa. Riguarda la libertà di stampa. Riguarda il diritto dei giornalisti di indagare sul potere senza rischiare la vita. Nove anni dopo, la verità su chi abbia voluto la morte di Daphne è ancora incompleta. Non possiamo rassegnarci. La ricerca della verità e della giustizia deve continuare.
