Emfa, la grande incompiuta

Il 3 settembre 1982 la mafia uccide Carlo Alberto Dalla Chiesa

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Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato assassinato da Cosa Nostra il 3 Settembre di quarantaquattro anni fa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro ed al carabiniere che li scortava Domenico Russo, ma come sempre accade nel nostro Paese e come aveva lucidamente compreso lo stesso generale, delitti del genere sono possibili quando il bersaglio è diventato pericoloso (per gli interessi criminali) ed è anche isolato.

Sono due facce del delitto che convivono e si necessitano l’una l’altra, eppure normalmente, quando non rimangano completamente impunite entrambe, la seconda, pur diversamente colpevole dalla prima, la fa franca.

Sono i “giuda” di sempre che non c’entrano direttamente con le bombe che esplodono in maniera più o meno devastante, ma sono abilissimi prima nel fare il vuoto attorno perché il bersaglio sia più facilmente individuabile ed altrettanto bravi un minuto dopo lo scoppio a raccogliere gli avanzi, producendosi all’occorrenza in ispirate commemorazioni. Acrobati del posizionamento, sempre in piedi.

Però attenzione: i “giuda” non hanno quasi mai la statura dei mandanti, con buona pace della presidente della Commissione parlamentare anti mafia Chiara Colosimo e dei suoi interessati consigliori, che in tal modo cercano di far rileggere la strage di Via D’Amelio. Agli sciacalli per altro l’altezza non si addice e non conviene.

La storia professionale di Carlo Alberto Dalla Chiesa potrebbe essere raccontata attraverso le sconfitte e le solitudini anziché attraverso i successi e le grandi intuizioni e non sarebbe meno gravida di insegnamenti preziosi per chi voglia continuare a fare Repubblica secondo Costituzione, nonostante tutto.

L’odore dei “giuda” che si mantiene distinguibile da quello dei mafiosi patentati cominciò a sentirlo molto presto, dopo l’8 Settembre del 1943, quando l’Italia che non si sottrasse alla scelta, dovette decidere da che parte stare e lui, che comandava una stazione in territorio occupato dai Tedeschi a San Benedetto del Tronto, non ebbe dubbi e divenne partigiano della liberazione.

Quell’odore lo sentì nuovamente nell’immediato dopoguerra quando, trasferito nella Sicilia dei primi corleonesi, incrociò un partigiano tutto d’un pezzo che questo suo onore verace avrebbe pagato con la vita sull’altare del disonore mafioso: Placido Rizzotto. Il primo processo istruito grazie alle indagini di quel brillante ufficiale, finì con l’assoluzione per insufficienza di prove degli imputati: un presagio.

Lo stesso odore dovette poi percepirlo quando durante gli anni del terrorismo, lo Stato tra un applauso e l’altro, riuscì a fargli fare con spudorata eleganza un avvilente girotondo attorno all’unico caso che invece non andava risolto: il sequestro di Aldo Moro. Mentre al contrario uomini che mai avrebbe dovuto essere operativi su Roma erano stati provvidenzialmente catapultati poco oltre la scena, poco prima dell’apertura del sipario.

L’odore che lo investì in pieno quando tornò a Palermo da prefetto nel 1982, per riscattare con la sua credibilità il prestigio di uno Stato che dal 1963, dopo la strage di Ciaculli, aveva sì portato nel cuore delle Istituzioni la parola mafia, limitandosi però ad accarezzarla con parole forbite mentre se la teneva in grembo incurante delle unghie piantate nelle viscere. Cesare Terranova, eletto in Parlamento come indipendente nelle file del PCI, dopo una pluriennale esperienza come membro di quella Commissione parlamentare antimafia, istituita per la prima volta appunto dopo la strage di Ciaculli, preferì tornare in prima linea come giudice istruttore a Palermo, dove venne immediatamente eliminato da chi ne aveva compreso la pericolosità: era il 1979 e lo schema non fu diverso tra esecutori, mandanti e “giuda”.

Uno Stato che appariva nel volgere di quegli anni ‘80, almeno in certi suoi vertici, più impegnato a smorzare i colpi contro mafiosi e soci che a dirigerne la mira. Molti anni dopo infatti, grazie ad uno dei più sinceri alleati di Carlo Alberto Dalla Chiesa il giudice Gian Carlo Caselli, il Paese raggiungerà la certezza giudiziaria della prolungata e devastante partecipazione alla associazione mafiosa di Giulio Andreotti almeno fino al 1980 (reato prescritto), sette volte presidente del Consiglio e ministro per una trentina di volte.

Chi oggi vorrà onorare la memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa si facesse un esame di coscienza onde evitare di ritrovarsi dalla parte dei “giuda” a sua insaputa.


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