Prima di raccontare Ceuta, bisogna mettere in discussione il punto da cui la guardiamo. Perché non esistono crisi migratorie che possano essere comprese senza interrogare i nostri privilegi. E il più invisibile, per molti di noi, è un piccolo libretto rosso che portiamo in tasca: il passaporto.
A questo quadro è indispensabile integrare le stratificazioni dell’eredità coloniale europea, il neocolonialismo e le complesse dinamiche geopolitiche passate e presenti. Nel caso specifico di Ceuta, s’impone una riflessione geografica prima ancora che politica: basta osservare la cartina geografica per interrogarsi sull’appartenenza della città alla Spagna e per ricordare un fatto essenziale, ossia che l’Europa non è stata affatto invasa da nessuno: siamo a tutti gli effetti su suolo africano. Esseri umani strumentalizzati dalla politica, che arrivano a nuoto o a piedi spogli di ogni risorsa, non rappresentano una minaccia militare o un’invasione. Se proprio si desidera menzionare questo termine ci si può rivolgere ad altri eventi della storia recente, per citarne uno su tutti l’invasione russa dell’Ucraina.
Solo quando ci ricordiamo bene di queste premesse, quando comprendiamo che stiamo parlando di esseri umani con diritti e che l’emergenza di cui si discute non è per l’Europa, ma per le persone per strada, possiamo cominciare a parlare di Ceuta. Di quello che è accaduto nei giorni scorsi e di cosa abbia significato trovarsi qui.
Sono arrivata a Ceuta il 30 luglio, nel bel mezzo dell’ondata di arrivi dal Marocco — una coincidenza del tutto inaspettata. Durante il mio viaggio verso Ceuta ho letto le prime notizie, che parlavano di 1.500-2.000 persone. Ho chiamato il mio responsabile, ma è riuscito solo a dirmi: «Qui la situazione è caotica, ti chiamo dopo». Già sul traghetto da Algeciras la presenza della Guardia Civil era imponente. Una volta sbarcata al porto, ho trovato un taxi per miracolo e nei quindici minuti di tragitto verso casa, la realtà mi si è svelata davanti agli occhi: fiumi di persone a piedi lungo le strade, pattuglie ovunque, esercito ed elicotteri in volo. Ho capito all’istante che le stime erano del tutto irrealistiche: non si trattava di duemila persone, ma di decine di migliaia.
Non ho fatto in tempo ad appoggiare bagagli e zaino che sono stata travolta dall’emergenza. Era un ritmo primario e frenetico: acqua, latte, pane. Acqua, latte, pane. Un gesto ripetuto all’infinito sulla soglia appena socchiusa della nostra porta, per tutto il primo giorno e per quello successivo. Poi la dinamica è cambiata rapidamente: il flusso si è interrotto e gran parte delle persone è rientrata, più o meno spontaneamente, verso il Marocco. Già il 2 agosto la risposta istituzionale si è fatta serrata, con cordoni di sicurezza e autobus stipati di persone scortate direttamente alla frontiera. In poco tempo le strade si sono svuotate; chi è rimasto è stato costretto a nascondersi.
Ma nel nostro centro lo stato di emergenza non è affatto finito: continuiamo a garantire un riparo essenziale a chiunque bussi, offrendo cibo, una doccia, cure mediche e una connessione Wi-Fi per parlare con le famiglie. Mentre traccio queste righe, la mia realtà è fatta di ore estenuanti e di un’umanità ininterrotta da accogliere. Nonostante i limiti e la fatica accumulata, il nostro spirito di accoglienza resta e vuole restare incrollabile.
Giunti a questo punto, l’analisi deve farsi politica. La domanda fondamentale è una: com’è stato possibile che un numero così elevato di persone oltrepassasse la frontiera senza incontrare ostacoli? Non si è trattato di un caso, ma di una strategia geopolitica precisa, una forma di contrattazione geopolitica crudele: una forma di ricatto e contrattazione che ha utilizzato le vite umane di queste persone come messaggio politico e merce di scambio. Una dinamica cinica, dalle conseguenze devastanti per chi ha attraversato il confine inseguendo un sogno di speranza, trovando ad attenderlo solo fame e respingimenti. A questo è seguita l’immediata strumentalizzazione da parte dei governi e delle destre populiste, pronte a trasformare la tragedia in propaganda, odio e polarizzazione. Si è così parlato moltissimo dell’accaduto, ma si è scelto di farlo dalla prospettiva sbagliata.
Per contrastare queste narrative è necessario perciò testimoniare con chiarezza ciò che è successo e ciò che ho vissuto sul campo, qui a Ceuta. Ho visto decine di migliaia di persone affamate, assetate, sfinite, smarrite e deluse. Ho visto ragazzi fermarsi alla soglia della nostra casa a supplicare – letteralmente – per un bicchiere d’acqua e un pezzo di pane. Ho visto una risposta istituzionale unicamente orientata alla securitizzazione, al respingimento mai alla distribuzione di cibo o d’acqua. Ma in mezzo a tanta durezza, ho visto anche il seme dell’accoglienza viva qui a Casa San Antonio.
Ad essere sincera non è la prima volta che mi imbatto nell’ambivalenza tipica dei contesti di frontiera: da un lato una popolazione locale spaccata tra rifiuto e solidarietà; dall’altro autorità che eseguono rigide direttive nazionali di respingimento. Qui nel nostro centro cerchiamo di incarnare lo spirito scalabriniano con quante più persone possibile. Si tratta, infondo, di semplice ed essenziale umanità: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25,
35-36). Di fronte a tutto questo, la nostra posizione resta una sola: accoglienza incondizionata a chiunque abbia bisogno.
Un ultimo commento obbligatorio va alla reazione del governo italiano di fronte all’accaduto. La chiusura dell’area Schengen con la Spagna rappresenta un’operazione di posizionamento politico e propagandistico tanto aggressivo quanto inutile. Ricordo che geograficamente Ceuta sorge sul continente africano, ben lontano dal territorio italiano, ed è così facile intuire che chi ha attraversato quel confine non ha mai avuto alcuna possibilità concreta di raggiungere il suolo italiano né nell’immediato la Spagna peninsulare. Ridurre una complessa crisi d’accoglienza a un pretesto per blindare i confini europei serve unicamente ad alimentare una propaganda ostile verso ogni forma di mobilità umana.
Questa condotta istituzionale miope e irresponsabile rinuncia deliberatamente ad affrontare la questione migratoria con visione strategica e senso d’umanità.
Solo quando impareremo a riflettere umanamente sui fatti accaduti e solo quando ci saremo chiesti come possiamo contribuire a costruire un mondo più accogliente e giusto per tutti, potremo davvero ricominciare a parlare di ciò che sta accadendo a Ceuta.
