Giornalismo sotto attacco in Italia

Servizio pubblico indipendente dai partiti. Opposizione se ci sei batti un colpo!

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Ci sono lotte politiche che devono essere fatte perché riguardano la giustizia sociale, come la sanità o il salario minimo. Ma ci sono battaglie non meno importanti, anzi, che riguardano la democrazia e il futuro del nostro Paese: mi riferisco al Media Freedom Act, che l’8 agosto compirà un anno e riguarda la libertà dei media, in particolare del servizio pubblico, la Rai.

L’Unione Europea ci chiede di rendere l’azienda indipendente dai poteri, come specificato nell’articolo 5 del regolamento: prima di tutto dal potere politico, poi da quello economico.

Il Governo, invece, sta lavorando a una riforma della Rai — attualmente all’esame del Senato — che riguarda la governance aziendale, la nomina dei vertici, la durata del mandato del consiglio di amministrazione e il finanziamento tramite il canone. Una direzione completamente opposta a quella richiesta dall’Europa: l’indipendenza editoriale del servizio pubblico.

L’obiettivo di Giorgia Meloni sembra essere quello di rendere la Rai sempre più prostrata al suo volere, per affrontare la campagna elettorale con un consenso immutato, grazie a una gestione dell’azienda che nemmeno Silvio Berlusconi era riuscito a ottenere, nonostante le proprietà e i molteplici conflitti d’interesse.

Come ha scritto Vincenzo Vita:  «La riforma della Rai proposta dalla maggioranza è un falso cambiamento che rafforza il controllo governativo, mentre l’Europa resta inerte. Se approvata, mina il pluralismo e avvicina l’Italia a un regime mediatico autoritario».

Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto, in occasione della cerimonia del Ventaglio al Quirinale, chiedendo di recepire il regolamento UE sulla libertà dei media. Ha definito il ritardo dell’Italia “incomprensibile”, sottolineando che il ruolo essenziale dell’informazione nei sistemi democratici, in particolare dei servizi pubblici, non può incontrare ambiguità.

Ciò che sorprende non è tanto l’atteggiamento di Meloni e della sua destra — come dimostrato in occasione dell’anniversario della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, quando si è tornati a mettere in discussione l’operato della magistratura e a rievocare la pista palestinese per oscurare la matrice neofascista dell’attentato, senza un minimo di rispetto per le 85 vittime e i 216 feriti.

Ciò che sorprende davvero è la debolezza di tutta l’opposizione: interventi che non creano dibattito, che non smuovono l’opinione pubblica, che non mettono in discussione la mancanza di tutela dei giornalisti — spiati, senza sicurezza, esposti a violenze contro la tutela delle fonti.

Il cosiddetto campo largo si rende conto che è in gioco non solo l’articolo 21 della Costituzione, la libertà di espressione, ma la tenuta stessa della democrazia?

Bisogna sollevare un grande dibattito in lungo e in largo per la Penisola. Si può ripartire dalle Feste dell’Unità, come si faceva un tempo: incontrando i cittadini, portando le testimonianze di chi lavora nel settore e di chi è stato allontanato dalla Rai, coinvolgendo giuristi e mettendoli a confronto con i politici.

Una cosa è certa, continuando così — tra “prima il programma o prima le primarie?”, “primarie sì, primarie no?” — non si arriva da nessuna parte.


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