Giornalismo sotto attacco in Italia

Dall’America first agli insulti di Milei

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L’episodio è emblematico del violento clima politico interamericano indotto nell’ultimo anno dallo spirito colonizzatore e sprezzante imposto dalla Casa Bianca. Forse dimenticando di essere il presidente dell’Argentina (si legge sulla stampa brasiliana, che ne riferisce con il tono sarcastico scelto nelle repliche dal governo), Javier Milei ha preso alla lettera le grida del suo mentore Donald Trump, quotidianamente osannato e imitato. Fino al punto di andare in Brasile ad urlare pubblicamente insulti da cortile ai rappresentanti delle sue massime istituzioni (dal capo dello Stato ai magistrati della Corte Suprema), come se davvero il Sudamerica fosse ormai tornato ad essere quel backyard degli Stati Uniti evocato nel 1823 dall’allora presidente James Monroe. E’ un caso senza precedenti, che si aggiunge alle insolenze rivolte da Trump personalmente al presidente colombiano Gustavo Petro e a chiunque dai Caraibi allo stretto di Magellano e alla Terra del Fuoco neppure dissenta, ma semplicemente non coincida con il suo verbo. Fino all’estremo del sequestro di Nicolas Maduro, per discutibilissima che fosse la sua legittimità di presidente del Venezuela.

Ma in un mondo in cui le fiamme della guerra guerreggiata divampano minacciose sempre più vicine a noi, con le loro terribili immagini di devastazione e di morte che nondimeno diventano  consuete al comune sentire e che il linguaggio della politica assorbe, riassumendole nel proprio lessico burocratico, anche i segnali più allarmanti dell’estendersi generalizzato d’un dirompente deterioramento delle relazioni internazionali non scandalizza più di tanto. Quasi parlassimo d’un mondo altro, proprio mentre sulle nostre stesse teste s’incrociano le linee concave e convesse dei missili super e iper che più rapidi del suono si scambiano a migliaia le opposte parti belligeranti. E dalla parte opposta del pianeta, come per un’estrema comparazione, nella Corea del Sud, dov’è riunito, l’UNESCO ci ricorda invece che la Terra è una e sulla sua superficie tout se tient (come dicono i francesi), una cosa tiene l’altra. Ed è sempre stato così. Tanto che l’organizzazione delle Nazioni Unite per la Scienza e la Cultura ha contemporaneamente dichiarato l’altro giorno “Patrimonio dell’Umanità” sia due teatri nel bel mezzo dell’Amazzonia (a Belem e Manaus), sia i cosiddetti “teatri condominiali” del nostro Rinascimento nell’Italia centrale.

Infatti, è attraverso l’esempio delle splendide architetture dei teatri della Toscana, dell’Umbria e delle Marche che dall’antichità di greci, etruschi e romani sono giunti fin nel cuore della selva più vasta e selvaggia del nostro pianeta le colonne joniche, i capitelli e le volte a tutto sesto, i fregi scultorei, che vi riflettono uno dei tratti maggiormente significativi della cultura italiana ed europea. Tutto, però -ed è parte della Storia, non può e non deve cadere dimenticato -finanziato dal boom del caucciù: ovvero del lattice estratto dalla Hevea brasiliensis, l’albero del caao-chu, appunto, che i nativi della zona (Ticunas, Satarè, Munduruku e altri) chiamano ancora oggi “l’albero con le lacrime” o “che piange”. Da cui grazie alla vulcanizzazione e altri processi tecnici viene prodotta la gomma, compresa e in primo luogo quella dei pneumatici, senza cui non avremmo l’industria automobilistica e comunque molto diversa sarebbe stata la nostra modernità. L’UNESCO ci dice che il rapporto natura-sapere scientifico-crescita economica va ben oltre la relazione tra materie prime, competenze tecniche, finanza, ripartizione del lavoro e industria, perché crea veri e profondi connubi culturali, insostituibili per lo sviluppo dell’umanità. E non c’è traccia di terzomondismo in questa sua solenne avvertenza, solo constatazione storica.

Assordante il contrasto con la deliberata provocazione dell’attuale presidente argentino, lanciato all’ assalto della semplice buona educazione, prima ancora che del galateo diplomatico, perché il suo obiettivo è la norma, qualsiasi norma, al fine di determinare il caos, la perdita di senso, per sfrenare ogni istinto, affidare il governo alle passioni. Il prossimo 4 ottobre, 159 milioni di brasiliani (su 213 di abitanti) eleggeranno Congresso e capo dello stato. A sfidare l’attuale, Lula da Silva, 81 anni (il centrosinistra non si rinnova), favorito dai sondaggi, sarà Flavio Bolsonaro, 45, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato in via definitiva a 27 anni di carcere per tentato colpo di stato. Milei è andato a sostenerlo e dal palco del comizio d’apertura ha chiamato Lula   “carcerato” (sebbene tutte le condanne da lui subite sono state annullate dalla giustizia brasiliana nei diversi gradi di revisione del precedente giudizio), “immondizia socialista”, “corrotto” (Milei affronta nel suo governo una serie di scandali per corruzione e recentemente ha dovuto sostituire il proprio portavoce). “Milei, chi è costui?”, si è domandato Lula in pieno Consiglio dei ministri. Ben sapendo che non basterà la sua ironia per sconfiggerlo.


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