Il fuoco non ha semplicemente consumato legno, velluti e stucchi: ha spazzato via un santuario dell’anima. All’alba del 17 febbraio 2026, Napoli si è risvegliata con un vuoto nel cuore: le fiamme hanno devastato il Teatro Sannazaro, antico simbolo culturale della città. La cupola crollata, la platea annerita, il palcoscenico distrutto: immagini di una ferita che è tanto architettonica quanto identitaria.
Non è stato un teatro qualunque a bruciare. È andato in fumo un baluardo di memoria collettiva che dal 1847 custodiva la storia dello spettacolo italiano.
Un teatro nato moderno, fondato il 26 dicembre 1847 per volere del duca Giulio Mastrilli nel cuore aristocratico di Chiaia, il Sannazaro è stato sin dall’inizio un teatro elegante, aperto alla città. Già nell’Ottocento ospitava compagnie di prestigio italiane e straniere.
Nel 1888, diventò il primo teatro di Napoli ad essere illuminato con la luce elettrica, a testimonianza della sua vocazione all’innovazione: non solo custode della tradizione, ma anche laboratorio di modernità.
Il suo palco ha visto avvicendarsi protagonisti assoluti della scena italiana come Eleonora Duse, Ermete Novelli, Emma Gramatica e Ruggero Ruggeri.
Era anche uno dei templi della grande tradizione partenopea. Qui, Eduardo Scarpetta consolidò il suo successo, facendo del Sannazaro una casa naturale per la commedia napoletana.
Negli anni Trenta, la sala accolse la “Compagnia Teatro Umoristico I De Filippo”, con Eduardo De Filippo, Peppino e Titina. In quel contesto maturò anche il confronto con Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura, segnando un momento significativo nel dialogo tra teatro popolare e drammaturgia moderna. Il Sannazaro divenne così crocevia tra identità napoletana e scena europea.
Dopo un periodo di declino nel secondo dopoguerra, quando fu trasformato in cinema, il teatro ritrovò la sua vocazione originaria grazie all’impresario Nino Veglia e all’attrice Luisa Conte. Con la riapertura del 1971, il Sannazaro tornò a essere un centro vitale della prosa partenopea.
Luisa Conte lo rese una casa del teatro popolare di qualità, capace di unire ironia e malinconia, tradizione e contemporaneità. Sul palco si alternarono artisti come Nino Taranto, Peppe Barra, Benedetto Casillo e Leopoldo Mastelloni.
Negli ultimi anni, la gestione è stata portata avanti da Lara Sansone, Ingrid Sansone e Salvatore “Sasà” Vanorio, continuando il percorso familiare iniziato con Luisa Conte e mantenendo il teatro come centro di produzione riconosciuto dal Ministero della Cultura.
Le prime stime parlano di danni attorno ai 70 milioni di euro, una cifra imponente che richiede una mobilitazione istituzionale straordinaria.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha assicurato che il Sannazaro sarà ricostruito, annunciando l’apertura di un tavolo tecnico con Comune, Regione e Soprintendenza, ipotizzando un percorso di ricostruzione di circa due anni per restituire alla città la sua “piccola grande bomboniera”.
Nel frattempo, numerosi teatri napoletani hanno offerto disponibilità a ospitare il cartellone del Sannazaro, per non interrompere la stagione e garantire continuità a compagnie e maestranze: un gesto concreto di solidarietà culturale.
Le dichiarazioni degli artisti raccontano un dolore profondo ma non rassegnato.
Isa Danieli ha espresso una riflessione che va oltre la cronaca: «Ne ho visti tanti chiudere e diventare supermercati o grandi magazzini, ma il fuoco fa male. Brucia e manda in fumo le emozioni di una vita, lo sforzo e il sacrificio per aprirsi al cuore e agli occhi della gente. Sei rinato tante volte e succederà ancora». Parole che intrecciano memoria personale e speranza collettiva.
Marisa Laurito ha parlato di una perdita che colpisce l’identità stessa di Napoli, sottolineando quanto il Sannazaro rappresenti un presidio culturale irrinunciabile.
Vincenzo Salemme ha rimarcato la necessità di reagire con determinazione, ricordando che i teatri sono luoghi di libertà e formazione e che la ricostruzione deve diventare un impegno condiviso.
Monica Sarnelli, residente nei pressi del teatro, ha voluto rassicurare chi la cercava, esprimendo al tempo stesso vicinanza alla famiglia Sansone e a tutta la comunità artistica.
Maurizio de Giovanni ha commentato con profonda emozione: «Il Sannazaro non è solo un teatro, è un pezzo di noi, della nostra storia e della nostra anima. Ricostruirlo significa ricostruire una parte di noi stessi».
Giacomo Rizzo ha sintetizzato lo stato d’animo di molti con poche parole: «È un giorno triste. Ma rinascerà».
E Leopoldo Mastelloni ha parlato di un “monumento nazionale architettonico e artistico in fumo”, restituendo la dimensione simbolica della perdita.
Negli anni recenti, proprio al Sannazaro era stata rappresentata *Morte di Carnevale* di Raffaele Viviani, nell’allestimento di Lara Sansone. Nell’opera, la morte del Carnevale — simbolo di festa e vitalità popolare — diventa metafora della fragilità delle cose umane, ma anche della loro ciclicità: alla fine segue sempre un ritorno.
Oggi quel titolo sembra un presagio doloroso. Ma nella drammaturgia di Viviani la morte non è mai definitiva: è passaggio, trasformazione, promessa.
Il fuoco ha chiuso un sipario. La storia del Sannazaro insegna che Napoli sa riaprirlo.
