Nel lessico pubblico italiano, poche parole risultano oggi tanto fraintese quanto femminismo. Ridotto a etichetta ideologica, confinato a una militanza percepita come minoritaria, spesso liquidato come estremismo identitario o come derivazione di una sinistra giudicata anacronistica, il femminismo viene sistematicamente privato della sua portata reale. Non si tratta di una semplice distorsione linguistica, ma di un’operazione politica: depotenziarne il significato significa sottrarlo al suo ruolo di critica strutturale dell’ordine sociale e, soprattutto, di presidio della qualità democratica. Perché il femminismo non nasce come rivendicazione settoriale, né come difesa di interessi particolari, come la vulgata vorrebbe far credere. Nasce, piuttosto, come interrogazione radicale dei rapporti di potere che attraversano la modernità, per mettere in discussione ciò che viene presentato come neutro, naturale, universale; mostra come le istituzioni politiche, giuridiche ed economiche siano state costruite su un soggetto implicito — maschile, bianco, cisgender, proprietario — elevato a unità di misura dell’essere umano. Come scrive Carole Pateman, accanto al contratto sociale su cui fonda la cittadinanza moderna, esiste e opera un contratto di genere che invece assegna ruoli, gerarchie e invisibilità. Allo stesso modo sappiamo bene che ogni avanzamento democratico autentico è passato attraverso la crisi di un universalismo fittizio: il suffragismo, il femminismo materialista, quello intersezionale e decoloniale hanno progressivamente rivelato come l’uguaglianza formale potesse convivere con disuguaglianze profonde e persistenti. Ecco che la democrazia, allora, smette di apparire come un traguardo acquisito e si mostra per ciò che è: un processo fragile, reversibile, costantemente esposto alla regressione. Così come i diritti, mai acquisiti e garantiti ad libitum. In questa prospettiva, il femminismo funziona come una sorta di sismografo politico, capace di rilevare le faglie dell’ordine democratico prima che esse diventino fratture irreversibili.
Non è un caso che, nel contesto attuale di riflusso politico globale, il femminismo sia tornato al centro di violenti attacchi simbolici e materiali: l’erosione dei diritti riproduttivi, la normalizzazione di discorsi discriminatori, la restrizione dello spazio civico e la criminalizzazione del dissenso non sono fenomeni isolati ma parte di ciò che la filosofa statunitense Wendy Brown ha definito un processo di de-democratizzazione, in cui la razionalità neoliberale svuota la democrazia dall’interno, riducendola a procedura e gestione. Colpire il femminismo significa colpire una delle ultime tradizioni politiche capaci di tenere insieme libertà, uguaglianza e critica del potere, in cui anticapitalismo ed ecologismo sono due facce della stessa medaglia e unità di misura del livello di civiltà sono i soggetti più vulnerabili, donne, minori, anziani, migranti.
Il femminismo, lungi dall’essere una minaccia alla coesione sociale, è una pratica di ampliamento dello spazio democratico: non rimuove il conflitto, lo rende anzi visibile e politicamente intelligibile. Hannah Arendt ricordava che la libertà non è uno stato privato, ma un’esperienza pubblica che si realizza nello spazio dell’azione e della parola; in questo senso, il femminismo restituisce alla democrazia la sua dimensione agonistica, contro ogni tentazione tecnocratica o autoritaria di ridurla a mera amministrazione dell’esistente.
Chiaro allora come, dove il femminismo viene delegittimato, ridicolizzato o confinato a questione “di nicchia”, la democrazia è già in fase di ritirata. Perché ciò che viene colpito non è una singola rivendicazione, ma la possibilità stessa di pensare il potere come storicamente situato e quindi trasformabile.
Rivendicare il femminismo oggi significa, dunque, rivendicare una democrazia sostanziale. Una democrazia capace di riconoscere le differenze senza neutralizzarle, di redistribuire potere e risorse senza rifugiarsi nell’astrazione dell’uguaglianza formale, di opporsi a ogni processo di esclusione travestito da normalità. Per questo il femminismo continua a essere scomodo: non si limita a chiedere diritti, ma interroga le condizioni che li rendono selettivi; non si accontenta dell’inclusione, ma mette in crisi le regole dell’appartenenza; non promette pacificazione, ma rivendica il conflitto come cuore della politica democratica. Dove il femminismo arretra, arretra la democrazia. Dove viene delegittimato, il potere diventa opaco, incontestabile, deresponsabilizzato e quindi, inevitabilmente, irresponsabile.
