Giornalismo sotto attacco in Italia

Le strade di Minneapolis

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C’è neve sporca su Nicollet Avenue, e sopra quella neve giacciono Alex Pretti e Renee Good.

La madre di Bruce Springsteen, Adele Ann Zerilli, era di origini italiane – dalla Campania, da Vico Equense, dove il mare si specchia nelle rocce e i nonni partivano per Ellis Island portandosi dietro solo le proprie mani e la fame.

È da quella fame che nasce la voce del Boss.

È da quella memoria di immigrati, di “stranieri in mezzo a noi”, che nascono le ballate che attraversano decenni: prima Philadelphia, dove il virus dell’AIDS bruciava corpi e coscienze mentre l’America guardava altrove; ora Minneapolis, dove l’inverno del 2026 si tinge di rosso sotto gli stivali dell’ICE.

“Streets of Philadelphia” cantava della morte silenziosa, dello sguardo che si abbassa, delle mani che non si stringono più. Era il 1993, e Springsteen prestava la sua chitarra a chi non aveva più voce.

Oggi, trent’anni dopo, in “Streets of Minneapolis”, la voce è la stessa ma il dolore è collettivo: “cittadini che si sono levati per la giustizia / le loro voci hanno squarciato la notte”.

Ecco il punto: Springsteen non ha mai scritto solo canzoni. Ha scritto testimonianze.

Ha fatto quello che facevano i nonni italiani quando raccontavano la traversata, quello che faceva sua madre Adele quando andava a lavorare ogni mattina come segretaria legale, tenendo insieme una famiglia mentre il padre lottava con i suoi demoni.

Bruce ha imparato da lei la consistenza, la dignità del lavoro quotidiano, la nobiltà di chi non si arrende.

E nelle “Streets of Minneapolis” c’è tutto questo: c’è la fedeltà agli ultimi, agli “stranieri in mezzo a noi”, a chi viene fermato perché ha la pelle del colore sbagliato.

C’è il rifiuto della menzogna ufficiale (“just don’t believe your eyes”), c’è il grido “ICE out now” che si leva dalla nebbia sanguinosa.

Springsteen, figlio di immigrati europei, sa che l’America è stata costruita proprio da quegli “stranieri” che oggi vengono deportati a vista.

Lo ha cantato in “American Land”, dove menzionava “i McNicholases, i Posalski, gli Smith, gli Zerilli” – sì, gli Zerilli, il cognome di sua madre.

E così, mentre la sua chitarra piange per Alex Pretti morto sulla neve, noi ricordiamo che questa non è solo una canzone di protesta. È un atto di memoria.

È la promessa incisa nei versi finali: “We’ll remember the names of those who died / On the streets of Minneapolis”.

Perché se c’è una cosa che Springsteen ha imparato dalla sua famiglia italiana, è questa: i morti non si dimenticano. Le ingiustizie non si cancellano. E la musica – quella vera – non tace mai di fronte al potere.

Nicollet Avenue, inverno 2026.

La neve si scioglie, ma i nomi restano.

#iceout


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