Il libro di cui si parla è scritto in buon italiano. Si obietterà: siamo all’ovvio, di regola è così che un libro deve essere scritto. Certo, è un minimo sindacale, ma di questi tempi la regola è quella cantata da Lucio Dalla: “l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”.
Vale anche per la storia (meglio: il viluppo di storie) che racconta Rita Mattei in “Operazione Lupo. Scampoli di verità su mafia e dintorni” (All Around edizioni, pagg.334, 18 euro).
Rita Mattei, nel campo del giornalismo televisivo non ha bisogno di presentazioni. Per lei parla il suo più che trentennale lavoro di inviato speciale per il “Tg2” e il “Tg3”, le migliaia di servizi e inchieste in terra di Cosa Nostra, camorra, ‘ndrangheta; i mille rischi corsi per strappare una notizia, una conferma a un’indiscrezione, a un sussurro colto tra due malavitosi in una pausa del processo… Un impasto di fiuto, ostinazione, non comune resistenza fisica: una mastina, che preferisce giocarsi il dente piuttosto che perdere l’osso.
Da qualche anno riversa le sue esperienze e “saperi” in libri pubblicati a cadenza annuale: “Ninna nanna, una storia d’amore e di mafia”; “Scusate il disturbo”; ora arriva “Operazione Lupo”.
Non è un saggio, e neppure un’opera di fantasia. Piuttosto un ibrido: un racconto avvolto da una nebbia che mostra figure, “cose” che ci sono, ma che si confondono: ne avverti la presenza, ma le fisionomie sono sfuggenti, i contorni sfumati, impalpabili al tocco.
Per capirci: siamo in un terreno infido, pieno di quel tipo di insidie e trappole; sufficiente un passo falso, e tutto il teorema ne viene inficiato, pregiudicato. Come nel famoso articolo di Pier Paolo Pasolini, quell’atto d’accusa con uno dei più citati incipit: “Io so i nomi dei responsabili… ma non ho le prove…”.
Pasolini aggiungeva di non avere neppure indizi… Rita Mattei prove che si possano esibire credibilmente in un’Aula di Giustizia, non ne ha, né del resto è compito suo averne. Lei deve “solo” raccontare fatti, metterli in fila, cercare di ricavarne la giusta sommatoria: due più due non può che fare quattro. Con il massimo della spregiudicatezza, si può almanaccare: ventidue; oltre non va neppure Albert Einstein.
In “Operazione Lupo” di indizi ce ne sono in quantità; compito del lettore metterci del suo, unire i vari punti che compongono una trama (più trame) che non sono elemento di prova giudiziariamente parlando (o non sono sufficienti); ma dal punto di vista storico e politico-civile consentono di formarsi quell’opinione da opporre a contrasto di altre, interessate “opinioni”.
E i nomi? Quelli il lettore se li deve cercare; un po’ di lavoro deve farlo anche lui, il pasto se lo deve guadagnare.
Una delle caratteristiche del libro di Rita Mattei è proprio questa: in una cornice autentica, una quantità di personaggi, a cominciare dal protagonista, hanno nomi differenti dai reali: sono tuttavia facilmente identificabili. Si instaura così una sorta di ammiccamento con il lettore, “sfidato” a recuperare situazioni, fatti, momenti; smontarli e ricomporli come in un gioco di meccano, collocarli in un contesto in cui forse prima non aveva pensato o immaginato.
Lo stile è narrativo. In apparenza può sembrare un romanzo. Ma di “fantasia” c’è ben poco, anche se non mancano pagine di realistica immaginazione. Ma un po’ tutti sono capaci di raccontare cose immaginarie come se fossero vere. Il pregio è saper raccontare cose che hanno il sapore dell’immaginario, ma sono invece vere.
Lupo, per esempio: è il nome dato a un boss di prima grandezza della Cosa Nostra ramo corleonese: Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina. Ci viene presentato non solo come lo spietato killer che è nella realtà: con un’operazione che attinge all’esperienza dell’autrice e alle esperienze delle tante persone che di mafia hanno avuto a che fare, si cerca di entrare nella testa, nella “pelle” del mafioso: di comprenderne le sue spesso imperscrutabili logiche, i sentimenti, i ragionamenti e i moventi, i calcoli.
È noto che Mario Puzo prima, Francis Ford Coppola poi, nel raccontare la saga del “Padrino”, alla fine realizzarono un qualcosa di eccellente dal punto di vista del libro e del film; ma chi può negare di non aver subito la seduzione di don Vito Corleone: spietato, calcolatore, assassino, preoccupato solo di perseguire non importa a che prezzo gli interessi suoi e della “famiglia”; ne esce comunque con un alone di positività, per la capacità di amministrare una sinistra saggezza e “fare giustizia”. Si è arrivati al paradosso: un tempo scrittori, sceneggiatori, registi, si ispiravano alle gesta dei mafiosi, per le loro opere; col “Padrino” la cosa si inverte: sono i mafiosi che si comportano come, nel film e nel libro i Corleone padre e figlio, fino a ricalcarne le battute…
Con il Lupo di Mattei questo rischio per fortuna non si corre. Lupo è un personaggio negativo dalla prima all’ultima pagina, il suo operato ci disgusta; lo si detesta anche quando, tacitamente, a insaputa del magistrato, decide di saldare quello che per lui è una sorta di debito contratto.
L’episodio richiama un po’ i personaggi de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia: il “duello” verbale tra il mafioso Mariano Arena, e il capitano dei carabinieri Bellodi. Bellodi nulla è disposto a concedere al mafioso, se non “anche lei è un uomo”. Lupo ha mille motivi per eliminare fisicamente il magistrato; ma due ne ha di gratitudine, per gesti che il magistrato ha compiuto per essere “uomo” diverso da quelli a cui dà la caccia.
E’ un capitolo che Rita Mattei ha inventato, non c’è nulla che possa far pensare che sia accaduto; ma ha saputo utilizzare con sapienza questo artificio per raccontarci il “vero” di questi due mondi contrapposti: quello di mafiosi che non vedono altro modo di vivere se non nella monade della mafiosità; e i magistrati che sono tenuti a combattere quel mondo, e per farlo efficacemente devono decodificare gesti, linguaggi, silenzi, acquisire insomma una mentalità mafiosa senza diventare complici o mafiosi loro stessi. Impresa ardua, difficilissima; riuscita a pochi, che tanto hanno poi pagato (e non ci si riferisce solo a Giovanni Falconee Paolo Borsellino).
Qui s’è fatto cenno a una particolare, significativa, situazione; ma altre non meno emblematiche ce ne sono. Giusto per stuzzicare il lettore, senza troppo svelare: un paio di situazioni richiamano alla mente “Codice d’onore”, il monologo di un Jack Nicholson in strepitosa forma, che interpreta il ruolo del colonnello Nathan R. Jessep: “…Tu non puoi reggere la verità. Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere sorvegliati da uomini col fucile. Chi lo fa questo lavoro, tu? O forse lei, tenente Weinberg? Io ho responsabilità più grandi di quello che voi possiate mai intuire…”.
Un “lavoro sporco”. Anche nel libro di Mattei si fa cenno a tanti “lavori sporchi”; e si arriva all’ultima pagina pieni di domande, inquietudini, perplessità. Ma è precisamente questo il compito di un libro: costringere a pensare, rendere consapevoli. Vincere quel sentimento di indifferenza che “è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria” (A.G.)
