Dieci anni dopo siamo ancora a Fiumicello a chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni, il ricercatore sequestrato, torturato e barbaramente assassinato mentre lavorava in Egitto per conto dell’Università di Cambridge.
Siamo tante e tanti, sempre di più, nonostante il tempo trascorso, l’inerzia delle istituzioni, la lentezza della giustizia. Nonostante i “non serve a niente” che ci siamo sentiti ripetere ogni volta che qualcuno adocchiava il braccialetto giallo che portiamo al polso, i post sui nostri profili social, le presenze al processo o in piazza. Nonostante gli “smettila” collezionati in questo tempo dall’avvocata Ballerini da parte di chi con ragioni più o meno nobili voleva farla desistere.
Siamo qui grazie all’ostinazione e alla tenacia di Paola e Claudio Regeni, che non si sono rassegnati al male e hanno scelto di trasformare il loro dolore in impegno, che il giorno stesso in cui si sono ritrovati orfani di Giulio hanno anteposto il loro essere cittadini al loro essere genitori e essere cittadini implica una grande assunzione di responsabilità, come ha ricordato il giornalista Giuliano Foschini. Perché davanti a tutto l’odio del mondo, quello che Paola e Claudio hanno visto sul viso di Giulio quando hanno dovuto riconoscerlo all’obitorio, può non esserci l’odio ma la democrazia, la libertà, i diritti. Che si costruiscono in momenti come questo, ha detto Gherardo Colombo. Momenti in cui con le parole si fanno cose, perché le parole — diceva Sanguineti ricordato da Cuperlo — sono le mani per le cose che non possiamo toccare. Sono il motore del cambiamento, il collante della convivenza, il senso del nostro agire.
La verità, che a detta di Gianni Rodari è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.
La giustizia, che non dev’essere un privilegio di pochi, ma deve appartenere a tutti, come diceva Nelson Mandela.
Il coraggio, che non è mancanza di paura, ma la consapevolezza che c’è qualcosa di più importante della paura stessa: una frase trovata da Paola in un vecchio libro di Irene.
La speranza, che per Lisistrata citata da Lella Costa è la convinzione che bisogna fare ciò che è giusto. Come il pubblico ministero Sergio Colaiocco e il colonnello dei Ros Onofrio Panebianco.
Ma non tutti hanno fatto tutto quello che potevano e dovevano: lo dimostra il docufilm “Giulio Regeni. Tutto il male del mondo” proiettato in anteprima nazionale alla presenza del regista Simone Manetti (il 2, il 3 e il 4 nelle sale, molte le anteprime), lo confermano le parole ipocrisia e zona grigia evidenziate da Paola, che in questi dieci anni sono state affrontate e combattute grazie all’affetto ricordato da Claudio di tutto il popolo giallo e alla scorta mediatica, che come spiega bene Beppe Giulietti anche in un’immagine presente alla mostra “Giulio continua a fare cose” (visitabile fino al 4 febbraio) non è roba per giornalisti ma riguarda tutti noi, la società civile, è un impegno che andrà avanti finché non avremo verità e giustizia per Giulio. Perché «verità e giustizia — ha scritto il presidente Sergio Mattarella in un messaggio inviato alla famiglia (https://www.quirinale.it/elementi/148873) — non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali».
Finché sarà necessario — ha detto il sindaco di Fiumicello Villa Vicentina Alessandro Dijust, che ha definito questi dieci anni non un’attesa ma un ritardo — chiederemo verità e giustizia per Giulio. E noi con lui e con loro. Per Giulio e per tutti i Giulio e le Giulia del mondo. Perché ogni vita vale.
