Il solito funesto ciarlatano iracondo. È un anno che tutte le volte che lo vedo in televisione, sui giornali o lo sento alla radio (non dico dei social perché non li frequento), mi vengono in mente quelle quattro parole di Piero Calamandrei. Forse sbaglio, ma mi sembrano azzeccate: sul solito non mi pare ci possano essere dubbi, ditemi in quale giorno di tutto un anno non si è fatto vivo; funesto, capisco che qualcuno potrebbe trovarlo esagerato, per me invece ci sta bene, ritorna alla perfezione con le immagini di Minneapolis; su ciarlatano non diciamo per favore che si può forse discutere, non so se è passato un giorno dell’anno senza che dicesse la sua, a me non pare; per iracondo si può tirar fuori una galleria fotografica. Quelle quattro parole Calamandrei le pronuncia il 15 settembre del 1944 nell’aula magna dell’Università di Firenze, che si è liberata solo da due settimane con una battaglia di venti giorni, combattuta rione per rione, casa per casa, la battaglia dell’episodio fiorentino del film di Rossellini, Paisà. «Io ricordo – dice Calamandrei – che negli anni pesanti e grigi nei quali si sentiva avvicinarsi la catastrofe, facevo parte di un gruppo di amici che, non potendo sopportare l’afa morale delle città piene di falso tripudio e di funebri adunate coatte, fuggivamo ogni domenica a respirare su per i monti l’aria della libertà … ricordo che una mattina (dev’esser stato nella primavera del 1939), mentre passavamo per una strada di campagna, da una casa udimmo da una radio la voce concitata del solito funesto ciarlatano iracondo. Anche lassù, in quella purezza, veniva a perseguitarci quella oratoria convulsa: ci giunse una sola frase: ‘Noi faremo tabula rasa di tutta la vita civile’ …». Sbaglio se queste parole mi portano alla mente quel tizio di oggi? Al quale c’è chi vorrebbe dare un Nobel.
(Nella foto Piero Calamandrei)
