Giulio Regeni, prima di essere un ottimo ricercatore, divenuto suo malgrado un simbolo, era un mio coetaneo. Non lo conoscevo. Ho seguito la sua scomparsa e appreso la notizia della sua morte, cioè del suo assassinio nell’Egitto di al-Sisi, dieci anni fa, quando abbiamo trattenuto il fiato per alcuni giorni e infine, dopo il rinvenimento del suo corpo martoriato, iniziato a porci domande su domande: chi è stato? Chi sono i mandanti? Cosa aveva scoperto per subire la sorte che ha subito? Come far emergere la verità e garantire un minimo di giustizia alla sua famiglia? Dieci anni sono un tempo lungo, una stagione del mondo in cui molte cose sono cambiate e quasi tutte in peggio: una generazione, la nostra, è stata abbandonata a se stessa e, di conseguenza, ha abbandonato in massa l’Italia. Quanto ai diritti umani, poi, mi viene in mente la denuncia di Enrico Zucca, oggi procuratore generale di Genova ma soprattutto PM nel processo Diaz, il quale, nel 2018, si chiese espressamente se un Paese come il nostro, che ha promosso senza tentennamenti i responsabili dello scempio della Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto, avesse le carte in regola per chiedere conto all’Egitto del proprio operato. Naturalmente, venne subissato di critiche e di contumelie dai soliti noti, a dimostrazione del fatto che avesse ragione allora e ancor più adesso, in quest’Italia incattivita, fragile, violenta, in cui persino nelle scuole si consumano atti disumani e la gioventù sembra essere allo sbando. Eppure, altri Giulio saranno sicuramente nati: ragazze e ragazzi che, come lui, promuovono gruppi d’ascolto e d’incontro, non si arrendono, studiano, intervistano, vanno in giro per il mondo e denunciano quello che vedono; giovani che non stanno in panchina e non si fermano, nonostante la barbarie in aumento e gli infiniti ostacoli che si parano sul loro cammino.
Ebbene, vorremmo dire a Paola e Claudio Regeni che Giulio era nostro fratello, Giulio siamo noi, Giulio se n’è andato ma, di fatto, è ancora qui, come esempio e punto di riferimento per la collettività. Immutata, infatti, è la nostra ansia di sapere, la nostra sete di conoscenza, la nostra passione politica e civile, immutato è il nostro entusiasmo, immutati sono i nostri valori. Se pur tutti, nella resa generale, noi no, noi non siamo disposti a rassegnarci alla follia, costi quel che costi. Anche per questo, in una fase storica in cui pensare al domani è un’utopia, è giusto, anzi doveroso, ricordarlo con iniziative in ogni comune d’Italia, porre panchine in suo onore, intitolargli strade e piazze, supportare l’avvocata Ballerini nella faticosa battaglia processuale e farsi carico, cone non a caso ripetono i genitori in ogni circostanza, di “tutti i Giulio del mondo”, a cominciare da quelli che hanno un altro colore della pelle, parlano un’altra lingua e per questo rischiano ancora di più negli inferni di un mondo sempre più insanguinato dai conflitti e sempre meno disposto ad ammettere che qualcuno provi a illuminare le zone d’ombra.
Giulio, insomma, siamo noi che abbiamo deciso di restare umani nella stagione della disumanità dilagante.
Dieci anni, caro Giulio, di recente ne avresti compiuti trentotto, e tutto in queste ore parla e respira di te. Chissà cosa avresti detto a proposito dell’Ucraina e del genocidio in corso a Gaza, di Putin, di Trump e di Netanyahu! Non ci resta che raccogliere il testimone e andare avanti, battendoci, per dirla con Pertini, “senza paura e senza speranza”.
