Giornalismo sotto attacco in Italia

“Umanità negata”. A Trieste un presidio per denunciare la tragedia di quattro migranti morti

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Di seguito il testo letto da don Paolo Iannacone a nome del costituendo Coordinamento regionale della Rete di persone e Associazioni del Terzo Settore, di cui fa parte anche Articolo 21 (la foto allegata è di Nicole Corritore)
Buon pomeriggio alle cittadine e ai cittadini, alle persone impegnate in politica e agli organi di informazione qui presenti e provenienti in rappresentanza di tutta la regione. A ciascuna e a ciascuna di voi la nostra gratitudine per la vostra presenza e la vostra attenzione.
Parlo in prima persona plurale perché mi è stato chiesto di farlo a nome del costituendo Coordinamento regionale della Rete di persone e Associazioni del Terzo Settore che operano sul nostro territorio a favore di coloro che la società ritiene “ultimi”:
sono singole persone e realtà associative che, sentendosi chiamate all’impegno civile, portano nel tessuto sociale il proprio specifico e originale contributo “politico”, nel senso più etimologico e profondo del termine, cioè dell’occuparsi della polis, della città, a partire dalle persone più impoverite ed escluse, quelle vittime della cultura dello scarto, dominante in modo così disarmante nell’epoca che viviamo;
sono singole persone e realtà associative che donano il proprio tempo e le proprie energie a servizio della comunità, superando i particolarismi che escludono e gli esclusivismi che generano privilegi; e questi, sempre più spesso, purtroppo, emergono anche nei diritti umani, che – dobbiamo dircelo – non sono più di tutti;
sono singole persone e realtà associative che, nella tensione verso quello che il profeta Ernesto Balducci chiamava “uomo planetario”, nel proprio piccolo si fanno promotori di una fraternità universale capace di permettere a ciascuna e a ciascuno di realizzarsi nella sua umanità. Uno al fianco dell’altro, mai uno contro l’altro.
È utopia? È un sogno da illusi o da sciocchi?
Dedicarsi per queste finalità, superare la crescente indignazione per come vengono trattate le persone fragili e senza voce mettendosi in rete e unendo le forze è già una presa di posizione, è già una risposta concreta e una novità di cui c’è continuamente bisogno.
È la buona notizia che scaturisce da un tempo in cui l’indifferenza e il girarsi dall’altra parte ha in tanti il sopravvento. 
Il nostro tempo, già difficile di suo, tanto che la filosofa Eva Illouz lo definisce  “esplosivo”, perché caratterizzato da una quotidiana esposizione a una forte pressione emotiva da renderci bombe a orologeria sempre sul punto di deflagrare: le nostre esistenze sono abitate da tensioni e contraddizioni insanabili che nascono dal costante conflitto tra una società che ci promette libertà, autorealizzazione, godimento e un futuro individuale e collettivo, che invece hanno un aspetto tutt’altro che roseo e possibile da attuare. Soprattutto per chi è costretto a lasciare la propria terra e si trova profugo e richiedente asilo in Paesi altri. 
Mentre l’Europa vara una stretta sui diritti legati all’immigrazione e all’asilo: nel prossimo mese di giugno entrerà in vigore il negoziato che prevede l’accelerazione dei rimpatri, il via libera in Paesi terzi per le espulsioni e una definizione comune e pericolosamente allargata dei cosiddetti “Paesi sicuri”. C’è il forte rischio che questo inasprimento delle norme conduca rapidamente verso quella che potrebbe essere la chiusura definitiva al diritto d’asilo e al diritto di poter accedere concretamente a canali regolari d’ingresso anche per altre, plausibili ragioni diverse dalla protezione (a esempio per studio o per lavoro).
Nel frattempo sul territorio regionale in soli pochi giorni si è consumata una tragedia: quattro migranti, accanto ai quali ci sono altre persone in sofferenza, dagli amici e compagni di viaggio (alcuni ancora ricoverati in ospedale, anche se fuori pericolo), ai familiari, che non riceveranno mai più una risposta al numero di cellulare che li manteneva in contatto con il loro caro, che ha perso la vita. Questa è una tragedia che riguarda volti concreti, che non vogliamo restino numeri, e per questo li vogliamo ricordare:
•⁠  ⁠Hichem Billal Magoura, algerino di 32 anni, trovato morto il 3 dicembre in un capannone del Porto Vecchio di Trieste;
•⁠  ⁠Nabi Ahmad, di 35 anni e Muhammad Baig di 38, pakistani morti a Udine in via Bariglaria il 1° dicembre per intossicazione da monossido di carbonio;
•⁠  ⁠infine, Shirzai Farhdullah, afghano di 25 anni, trovato morto il 29 novembre in via Barcis, a Pordenone, morto anche lui per intossicazione.
È una tragedia, la loro, avvenuta nell’ambito dell’emergenza freddo, ma ancor prima per il venir meno alle proprie responsabilità da parte delle Istituzioni, che continuano ad abbandonare centinaia di persone in strada, negando diritti e dignità, esprimendo di fatto intolleranza nei loro confronti. 
È per questo che lo slogan che accompagna questo presidio dice “Umanità negata” ed è il motivo della nostra accorata denuncia.
Ora siamo qui, davanti al Palazzo del Consiglio regionale, in una settimana particolare, quella in cui questa Istituzione affronta la sessione di bilancio 2026, che definisce la programmazione delle principali attività e la destinazione di 6 miliardi e mezzo di fondi pubblici. 
Con forza chiediamo che a supporto dei Comuni, soprattutto di quelli di confine, che risentono maggiormente dei flussi migratori, siano approvati seri provvedimenti a favore delle persone senza fissa dimora presenti sul territorio regionale, anche se in transito, incrementando i servizi a bassa soglia per quella che è chiamata “emergenza freddo”: è inaccettabile che regolarmente non vi si provveda, dal momento che tale situazione si ripresenta ogni anno, ed è dunque prevedibile e gestibile. È inaccettabile che sia irrisorio il numero dei posti nei dormitori per persone fragili e che sia comunque risibile a fronte dell’effettiva esigenza. È inaccettabile che chi vuole presentare la domanda di asilo in attesa di accedere alle specifiche misure di accoglienza per i richiedenti asilo sia abbandonato in strada per settimane o mesi.
Siamo qui per chiedere l’individuazione di un piano di accoglienza, perché non è pensabile che l’inerzia istituzionale, accompagnata da una politica che esclude ed emargina, porti a un costo così alto di vite umane.
Chiediamo la possibilità di incontrare il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, per un confronto aperto, leale e collaborativo, che abbia davvero a cuore la vita di tutte le persone, che si trovano nella regione di cui è presidente. Vanno superate le conflittualità e le polarizzazioni, perché non stanno portando certo a un miglioramento della nostra società.
La nostra non è una battaglia ideologica, ma una questione di umanità.
Infine, desideriamo invitare la cittadinanza a condividere l’indignazione per quanto sta avvenendo nella nostra regione. Non possiamo restare in silenzio. Siamo cittadine e cittadini che rifiutano di tacere di fronte all’orrore, ritenendo che vi sia estremo bisogno di maggior equità e giustizia sociale nei confronti di chi viene lasciato indietro, italiano o straniero che sia: la povertà non ha passaporto!
 
Paolo Iannaccone, presidente del Centro “Balducci”, a nome del costituendo Coordinamento regionale della Rete di persone e Associazioni del Terzo Settore

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