Giornalismo sotto attacco in Italia

“Tre ciotole” con Alba Rohrwacher (ed altre recensioni)

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“Tre ciotole”, di Isabel Coixet, Ita-Spa, 2025. Con Alba Rohrwacher, Elio Germano.

Tratto dal libro omonimo di Michela Murgia, scrittrice italiana recentemente scomparsa, “Tre ciotole”, della regista spagnola Isabel Coixet, sorprende per la capacità di tenere insieme, senza scadere nel patetismo o nel lacrimevole, temi fondamentali della nostra esistenza come la solitudine, la memoria, la morte. Con riferimenti visivi che vanno, anche, coraggiosamente, da Antonioni a Lelouch, Coixet imbastisce un racconto mirabile per intensità e nella gestione del tempo diegetico. Crisi sentimentale, tensione esistenziale e congedo dalla vita si intersecano in una messinscena che raggiunge vette espressive rare nel cinema europeo contemporaneo. Il tutto anche grazie alla solita straordinaria e miracolosa interpretazione di Alba Rohrwacher che, quasi da sola, riesce a materializzare sentimenti e sensazioni, che arrivano allo spettatore come ondate emotive impossibili da non introiettare fino alla commozione. Il fuoricampo finale della protagonista, nella casa ormai vuota, dopo la sua scomparsa, tocca vertici comunicativi da lasciare basiti. Un film raro, con momenti di bellezza pittorica da togliere il fiato. Il trionfo della vita, quella che vuole essere vissuta, dentro la consapevolezza della nostra ineludibile e “disumana” finitezza.

“La voce di Hind Rajab”, di Kaouther Ben Hania, Tunisia, 2025.

Talvolta, è impossibile giudicare l’arte, forse non ha neanche senso…

Semplicemente, e dolorosamente, quella della regista tunisina è un’opera che vive dentro il nostro quotidiano, in questo momento attraversato da una tragedia perenne, impossibile da reggere, con la morte e la disumanità che ci rimangono aggrappati addosso, dopo essere stati visti e rivisti in diretta tv. Come in una sorta di estensione del “Videodrome” di Cronenberg, i corpi dilaniati delle vittime di questo massacro senza fine, ci catturano e ci trascinano dentro il tubo catodico, rendendoci impotenti dinnanzi a ciò che vediamo. Le grandi manifestazioni dei giorni scorsi nel nostro paese, come in tutto il resto del mondo, hanno dato modo ai corpi di chi vi partecipava di condividere l’essenza delle vittime, altrimenti condannate ad una disumana virtualità. Ecco, la voce straziata e straziante della piccola Hind Rajab costruisce da sola una visione fuoricampo da brividi, dentro un set esibito per rendere indimenticabile un film che non potrà mai essere un film.

“Zvanì. Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli”, di Giuseppe Piccioni, Ita, 2025. Con Federico Cesari, Benedetta Porcaroli, Liliana Bottone.

Tra le inevitabili note biografiche e la trascurabile narrazione didascalica (produce Raifiction), Piccioni, da par suo, riesce ad inserire intensi momenti di poesia immersa nelle immagini e parallelismi tra arte e realtà. Sentimenti desiderati e perduti, crudeltà della vita e delusioni insostenibili, fanno di questo film un esempio di biopic che va oltre la descrizione di una sola vita, accogliendole tutte dentro sguardi che non possono ingannare. L’altro lato della grazia familiare di Ozu, raccontato con prospettive umane spiazzanti ed emozioni trattenute, impossibili da esplicitare se non andando oltre il “pudore” della narrazione. Psicanalisi e letteratura si sposano come mai prima. L’ennesima conferma dell’impossibilità di mettere in scena la poesia “scritta” sullo schermo, se non entrando dentro il quotidiano di chi è poeta e vive in prima persona, pienamente e tragicamente, i suoi versi prima di trascriverli su un foglio.

Una battaglia dopo l’altra”, di Paul Thomas Anderson, Usa, 2025.

Con Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Regina Hall.

Va bene che gli Usa vivono un grande momento di crisi, forse quello definitivo, va bene che la cinematografia statunitense è talmente vasta e, soprattutto, grande da poterci pescare a piene mani, ma l’operazione messa in scena da Anderson sembra davvero arrangiata in malo modo. Bob Ferguson (Leonardo Di Caprio) è un rivoluzionario che muove i suoi primi passi negli anni ’70 della New Hollywood, ma dei personaggi, ad esempio, di Sam Peckipah, uno dei maestri principi di quella gloriosa corrente cinematografica, non mostra nemmeno l’ombra, incerto tra la parodia mal riuscita e il dramma stucchevole. La vicenda si sviluppa lungo 50 anni di Storia Yankee ma finisce per collassarsi dentro il grande duello tra Di Caprio e Sean Penn, con quest’ultimo più improbabile del primo nel delineare un militare combattuto tra il dovere e l’amore paterno, con l’unica certezza di esibire muscoli che gli diano una dimensione tale da non farlo scomparire dalla narrazione. Anderson si muove tra impegno civile ed accesa rabbia individuale (stile western all’italiana corbucciano…), ma l’unica cosa che gli riesce bene è di mettere in scena la “Ribellione” come continuo inseguimento per intrattenere la platea. E non basta esibire qualche immagine de “La battaglia di Algeri” di Pontecorvo, o qualche sequenza mozzafiato e “metaforica” lungo le infinite strade desertiche americane per darsi un tono o la patente di cinema d’autore. Friedkin e Sarafian si staranno rivoltando nella tomba.

Elisa”, di Leonardo Di Costanzo, Ita-Fra, 2025.

Con Barbara Ronchi, Roschdy Zem, Valeria Golino.

Tratto da una storia vera, è un film che non riesce a nascere, che resta sempre allo stato potenziale, inespressivo, incapace di esprimere un sentimento forse difficile, troppo difficile, da esplicitare. Anche la protagonista, Barbara Ronchi, ci prova, ma niente da fare, tranne per la breve e intensa scena del pianto nel sottofinale. Interessante, invece, la veloce apparizione della Golino, che regge al meglio un ruolo piccolo ma non facile. L’unità spazio-temporale carceraria, che rievoca quella del precedente film dell’autore campano, “Ariaferma”, avrebbe potuto aiutare l’andamento narrativo se le imperfezioni della sceneggiatura e la latitanza drammaturgica, incerta tra l’introspezione psicologica e l’autoconfessione, non avessero costretto la storia di Elisa, omicida della sorella, dentro limiti visivi inefficaci e poco ispirati. I momenti di vuoto e di sospensione, fondamentali in un’opera così legata all’analisi dell’Io della protagonista, sono gestiti attraverso dialoghi, con il padre o con lo psicologo, che non hanno la giusta forza evocativa. Anche il rapporto con la memoria non trova il giusto inquadramento, disperdendosi in situazioni ai limiti dell’ovvietà. Troppo poco, e spiace per Di Costanzo, un autore sempre molto interessante, e dal quale ci attendiamo ancora opere di ben altro spessore artistico.


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