Giornalismo sotto attacco in Italia

Francesco Mandoi: Né eroe, né guerriero. Ricordi e sfide di un magistrato

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La mafia non dimentica: custodisce ogni dettaglio, lo incamera, lo nasconde e, all’occorrenza, lo usa come strumento di ricatto. Possiamo immaginarla come un parassita autonomo, capace di infiltrarsi ovunque, di deformarsi e adattarsi al tempo, alle organizzazioni, alle persone. Se ne parla molto, ma non sempre nel modo giusto. La cultura mafiosa è un fare che appartiene a tutti e a nessuno: sembra quasi impossibile riconoscerla.
L’ipercomunicazione e l’invasiva proliferazione di voci e fonti non qualificate irrompono senza filtro sui social. Spesso non sono nemmeno voci: sono dati, algoritmi, elaborazioni statistiche generate da sistemi informatici. In questo caos, è facile smarrirsi. La tentazione è pensare che siamo tutti uguali, che ragioniamo tutti allo stesso modo. Ma è davvero così? Esistono ancora gli eroi? E i guerrieri?
A dare una risposta autentica e concreta è Francesco Mandoi, magistrato salentino. Già sostituto procuratore a Brindisi e poi a Lecce, si è distinto per il suo impegno senza compromessi contro la criminalità organizzata. Nel 1992 è entrato a far parte della DDA di Lecce insieme a Cataldo Motta, per poi passare alla DDA di Potenza e successivamente assumere il ruolo di capo della segreteria del senatore Giuseppe Ayala al Ministero della Giustizia. Dal 1999 al 2018 è stato sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia, lavorando a progetti internazionali in Albania, Nigeria, Colombia e Macedonia. Nel 2020 ha ricevuto le chiavi della città di Tirana per il suo contributo nella lotta alla criminalità in Albania.
Nel suo libro Né eroe, né guerriero. Ricordi e sfide di un magistrato. (BESA), Mandoi racconta i ricordi e le sfide di un magistrato che ha dedicato la vita a una missione e che ancora oggi continua a sensibilizzare scuole e piazze. Anche questa, come le altre, non è la recensione di un libro, ma della persona.
La prefazione del volume è a firma di Nino Di Matteo, simbolo di legalità che si impone a tutti i costi contro malaffare, collusione e corruzione. Lo stesso Di Matteo definisce il collega:
“Un magistrato che per quaranta lunghi anni ha indossato la toga dimostrando di onorarla con professionalità, impegno e, prima ancora, profonda consapevolezza del proprio ruolo nei confronti della collettività che ogni magistrato non dovrebbe mai dimenticare. Proprio perché, in nome del popolo, amministra la giustizia.”
C’è poesia nelle pagine del libro e in tutti gli incontri: la voce cordiale di Mandoi scandisce il ritmo di un’eleganza umana che condivide con sua moglie, Sabrina, donna illuminata al suo fianco da sempre.
Una coppia che rappresenta il segno più bello di un messaggio potente, inusuale, quasi atavico. La passione per la legalità e per il bello comporta sacrificio, sofferenza, a volte privazione. Ma, come la pioggia, può dare fastidio, disfare i piani, rendere l’asfalto scivoloso, creare torrenti e talvolta tempeste. Senza di essa, però, il terreno resterebbe arido e nulla fiorirebbe.
Ecco perché mi sono subito innamorata di Francesco e Sabrina: perché, in un’epoca come questa, soffocata dall’aridità, credono ancora che possano nascere fiori, dentro e intorno a loro.

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