Giornalismo sotto attacco in Italia

Artificial Intelligence Act e Regolamento sulla libertà dei media (EMFA). Governo inadempiente. Esposti e ricorsi in arrivo

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Il 2 agosto 2025 l’Unione Europea accende la prima spia di controllo sulla Intelligenza Artificiale: diventano vincolanti gli obblighi per i modelli a finalità generale (ChatGPT, Gemini, ecc.), le sanzioni e il sistema di governance europea. L’AI Act è il primo regolamento orizzontale al mondo che disciplina i sistemi di Intelligenza Artificiale con un approccio pienamente vincolante, esteso a più settori e direttamente applicabile in tutti gli Stati membri che dovranno disporre di organismi di controllo, altrimenti andranno incontro a procedure d’infrazione. Il regolamento classifica quattro livelli di rischio: inaccettabili, alti, limitati e minimi. Vediamo di che si tratta.

È vietato il Punteggio sociale, cioè un algoritmo che somma comportamenti – pagamenti, frequentazioni, post sui social – per assegnare un voto alla “affidabilità” di ciascuno. Se il punteggio è basso potresti perdere l’accesso a servizi, mutui, concorsi pubblici. Sono proibite le predizioni di reato, ossia i sistemi che, analizzando dati personali, stimano la probabilità che un individuo commetta un determinato reato e lo segnalano preventivamente alle autorità come potenziale colpevole.

Altrettanto vietato è il rastrellamento indiscriminato, dai social e dal web, di immagini per il riconoscimento facciale allo scopo di addestrare le AI senza il consenso delle persone interessate.

Sono sanzionabili gli algoritmi progettati per spingere o indurre minori, anziani o disabili a compiere azioni dannose (acquisti, contratti, comportamenti rischiosi) sfruttando la loro fragilità cognitiva o emotiva.

Sono vietate telecamere o sensori che “leggono” l’espressione del volto o il tono di voce di studenti e dipendenti per dedurre motivazione, attenzione o stress, con conseguenze disciplinari o di valutazione.

È proibito l’uso di dati biometrici (volto, andatura, voce) per attribuire etnia, orientamento sessuale, credo religioso, stato di salute.

È vietato infrangere l’anonimato nello spazio pubblico, cioè il riconoscimento dei volti dei passanti per confrontarli al volo con banche dati e segnalare corrispondenze mentre le persone camminano in strada o in metro.

In sintesi, il legislatore europeo ha tracciato la linea rossa: se un sistema di AI serve a schedare, profilare o manipolare in modo invasivo la dignità o i diritti fondamentali di una persona va fermato prima che arrivi sul mercato.

Questo per quanto riguarda le istituzioni, mentre sul versante privato i fornitori di modelli di AI a finalità generale dovranno presentare dossier di rischio, schede di trasparenza sui dati e consumi energetici, consapevoli che le sanzioni possono arrivare al 7 % del fatturato globale.

Appena sei giorni dopo, l’8 agosto, diventa vincolante l’Articolo 5 dell’European Media Freedom Act: gli Stati sono chiamati, a garantire l’indipendenza del servizio pubblico dal governo e dalla maggioranza, mentre le imprese editoriali – dai grandi quotidiani alle testate digitali – già dall’8 febbraio avrebbero dovuto adeguarsi a obblighi di trasparenza su proprietà, governance e algoritmi. Le piattaforme online devono, inoltre, assicurare un ranking non discriminatorio dei contenuti, pena sanzioni e multe milionarie.

Subito dopo l’entrata in vigore dell’EMFA (aprile 2024), Articolo 21 ha presentato un ricorso al TAR contro i criteri di selezione e le modalità di nomina del CdA della Rai per i manifesti profili di incostituzionalità. Il ricorso è ancora in piedi.

In pratica, il combinato disposto del 2 e dell’8 agosto crea un’agenda bifronte: i governi devono costruire l’infrastruttura regolatoria della AI e blindare l’indipendenza della Rai, mentre aziende editoriali, fornitori di modelli e piattaforme devono certificare algoritmi, etichettare contenuti sintetici e pubblicare catene proprietarie.

Chi sarà fuori tempo massimo, pubblico o privato che sia, rischia di svegliarsi il 9 agosto con un’ondata di esposti e ricorsi fino alla Commissione europea e alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Articolo 21 sarà ancora una volta in prima linea nel denunciare gli inammissibili ritardi del Governo.


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