Denise, il volto della speranza

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di Marika Demaria
Il 30 marzo la Prima Corte d’Assise di Milano ha emesso la sentenza per il processo Lea Garofalo: ergastolo per tutti e sei gli imputati. Una storia che parte da Pagliarelle, frazione crotonese di Petilia Policastro, e giunge a Milano, scuotendo in modo particolare la società civile – notevole la mobilitazione in questi mesi dei ragazzi appartenenti all’associazione Libera – tra lo stupore e l’indignazione degli imputati. Marika Demaria, giornalista di «Narcomafie», in questi mesi ha seguito tutte le udienze del processo, anche per Libera Informazione. Qui di seguito dopo una fitta serie di cronache dal tribunale curate dalla Demaria, il commento e l’analisi “a caldo” di una giornata che segna un passaggio fondamentale per il movimento antimafia, dal Sud al Nord del Paese. Con un impegno che vale per tutti: non dimenticare Lea Garofalo e stare vicini a Denise Cosco.

“Avete semplicemente annientato il suo corpo”.  La frase è tratta dalla struggente lettera che i famigliari del magistrato Guido Galli  – vittima del terrorismo, ucciso il 19 marzo 1980 – scrissero rivolgendosi agli assassini del giurista. Stralci di quella missiva sono stati incisi su una targa posta al secondo piano del Tribunale di Milano. Quella targa mi accoglie, mentre salgo alla ricerca della sala stampa. Mi rapisce. Mi commuove. Mi scuote. Per la bellezza delle frasi impresse, per il dolore e la dignità dei famigliari che traspaiono da ogni singola parola, e perché mi fa rendere conto di quanto quelle parole siano ancora drammaticamente attuali. “Avete semplicemente annientato il suo corpo” è, in fondo, l’accusa per la quale sono stati imputati Carlo Cosco, Vito Cosco, Giuseppe Cosco, Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino e per i quali tra poche ore sarà emessa la sentenza di primo grado. Ergastolo o libertà. Dentro o fuori. Condannati o assolti. Accusati di aver sequestrato, torturato, immobilizzato, interrogato Lea Garofalo per poi ucciderla con un colpo di pistola alla nuca e dissolvere il cadavere nell’acido. Tutto questo la notte tra il 24 e il 25 novembre 2009, tra Milano e San Fruttuoso.

Oggi, venerdì 30 marzo, la sentenza di un processo iniziato il 6 luglio 2011, che ha subito una battuta d’arresto frutto del trasferimento del precedente Presidente della Corte Filippo Grisolia (nominato Capo di Gabinetto del ministro Severino) e il conseguente arrivo dell’attuale Presidente, Anna Introini. Che ha destato clamore quando è emerso che uno degli imputati, Carlo Cosco – ex convivente della vittima e padre della loro figlia Denise – ha ottenuto il patrocinio legale gratuito. Per lo Stato risulta pressoché nullatenente, con un reddito annuo inferiore ai diecimila euro all’anno. L’uomo in aula è stato difeso dall’avvocato Steinberg, che nel corso della sua arringa conclusiva si è fatto portavoce della «sofferenza del mio assistito, è un padre al quale è stata negata l’opportunità di vedere la propria figlia. Come si fa, come ha dichiarato il pubblico ministero, a parlare di Carlo Cosco come quella persona che avrebbe usato Denise come un’esca, come un verme attaccato all’amo per attirare Lea Garofalo a Milano per ucciderla? Una donna che ha condizionato fin da bambina la vita e le abitudini di Denise, magari facendole credere cose non vere, come l’auto incendiata per cui era stato accusato il fratello Floriano. Denise aveva otto anni, siamo sicuri che i suoi ricordi fossero nitidi?».

Di condizionamento ha parlato anche l’avvocato Garofalo, difensore di Vito Cosco, che ha puntato il dito contro «le associazioni antimafia. Non voglio parlare male di Libera, però…bisogna ammettere che Lea è stata santificata, considerata fin da subito una vittima, evidentemente per i loro tornaconti». Della teoria colpevolista, portata avanti in questo caso anche dai mass-media, si era lamentata anche il difensore di Giuseppe Cosco, Maira Cacucci, sposando invece la tesi secondo la quale «Lea è partita, ha deciso di andarsene, magari proprio in Australia, e di lasciare la figlia con il padre». Un’idea abbracciata ovviamente in maniera corale dalle difese. L’avvocato Guaitoli con veemenza affermerà che «su Lea si è detto tutto e il contrario di tutto, si sarebbe potuto dire anche che è stata violentata. Ma non ci sono prove! Dov’è il corpo? A che ora è stata uccisa? Ve lo dico io: alla venticinquesima ora del giorno!».
Manca quasi un’ora alla potenziale pronuncia della sentenza quando mi dirigo verso l’aula che per mesi ha ospitato il processo. Davanti, decine di parenti ed amici degli imputati: diversi erano presenti, avvicendandosi, alle varie udienze, altri – gli amici, perché tutti i parenti, a parte la convivente di Giuseppe Cosco, Renata Plado, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere – si sono succeduti come teste, raccontando versioni confuse, frammentate  dei fatti.

Intanto, il corridoio si anima anche di tanti cittadini comuni, soprattutto ragazzi. Di Libera. Giovani che hanno seguito diverse udienze del processo, che hanno dimostrato la loro vicinanza a Denise, che hanno espresso dissenso davanti al Palazzo di Giustizia quando si ventilava l’ipotesi che l’arresto del processo a novembre 2011 avrebbe portato alla scadenza dei termini di custodia cautelare (luglio 2012) prima che fosse emessa la sentenza. Il volto giovane dell’antimafia civile era presente. Giovani anche i ragazzi del sito “Stampo Antimafioso” che hanno condiviso con me, udienza dopo udienza, questa esperienza. Perché tutte le telecamere e i taccuini che sono presenti oggi, non li avevamo mai visti alle udienze, fatto salvo per quelle più importanti, come quando depose Denise Cosco. Il loro mentore è Nando dalla Chiesa, già loro docente presso la facoltà di Scienze Politiche a Milano. C’è anche lui questa sera, così come c’è stato quando il processo ebbe inizio a luglio, e quando Denise, nascosta dietro al paravento, ha raccontato la propria vita e quella della madre. Il presidente onorario di Libera ha parlato diverse volte del processo Lea Garofalo sul suo omonimo blog e sulle colonne del «Il Fatto quotidiano», senza dimenticare le sue denunce sulla presenza delle mafie al Nord, tant’è che quando è entrato in aula, insieme all’attore Giulio Cavalli, i Cosco hanno inveito contro di loro. Arriva anche don Luigi Ciotti, presidente di Libera, che raggiunge Denise in un’altra aula, dove ci sono anche Enza Rando ed Ilaria Ramoni dell’ufficio legale dell’associazione, che hanno assistito la giovane nella sua costituzione in parte civile. Professionalmente ma soprattutto umanamente e affettivamente. Perché la giovane che chiede verità  per sua madre condannando di fatto il proprio padre, gli zii e il fidanzato ha deciso di esserci, così come aveva ascoltato tutta la requisitoria del pubblico ministero Marcello Tatangelo.

Sono le 20.45 quando il presidente Anna Introini legge la sentenza, in un’aula superaffollata. Ergastolo. Per tutti e sei gli imputati. Isolamento diurno per tutti, due anni per Carlo e Vito Cosco, un anno per gli altri quattro colpevoli. Pagamento delle spese processuali, pagamento di una provvisionale di 200 mila euro a Denise. A tutti è stata negata la potestà genitoriale. All’uscita, parenti e amici piangono, si consolano a vicenda. Alcuni ci fissano, riconoscendo chi per mesi ha raccontato le udienze ed è stato presente, subendo anche commenti e sguardi non certamente benevoli da parte degli imputati stessi.

Subito dopo arriva anche don Luigi Ciotti, che, visibilmente emozionato, ricorda che «tutti noi dobbiamo inchinarci di fronte a una ragazza che con coraggio ha testimoniato, cercando verità e giustizia per la sua mamma».
È proprio così. Venerdì 30 marzo 2012 la bella pagina di antimafia che è stata scritta porta la firma di Denise Cosco, che con la sua determinazione non solo ha dimostrato di aver ereditato la voglia di rompere gli schemi come sua madre, ma ha dato una connotazione positiva al suo cognome. I Cosco di Petilia Policastro non sono solo quelli che assediano e controllano lo stabile di viale Montello 6 a Milano, non sono solo quelli chela Corte ha riconosciuto colpevoli di aver ucciso e sciolto nell’acido una donna di 35 anni perché si era ribellata a quel contesto. Quel cognome è portato anche da una giovane ragazza, intelligente e brillante: Denise Cosco.

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