Emfa, la grande incompiuta

Una settimana nera: quando l’Italia diventa il luna park dei nostalgici

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Le celebrazioni ufficiali del 4 novembre nei palazzi e la marea nera nelle piazze. Ogni anno la festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate si specchia in un cortocircuito che non fa più notizia solo perché è diventato abitudine: una settimana in cui le strade italiane si trasformano nella succursale a cielo aperto del neofascismo europeo, tra saluti fascisti, croci celtiche e camerati in gita. Il termometro di questa normalizzazione si rompe a Monteroni, in provincia di Lecce. Nel giorno della festa nazionale, sulla nuova lapide del Monumento civico dedicata ai caduti, spunta la sigla “C.N.” — Camicia Nera — accanto al nome di un concittadino. Non è una svista, ma un atto politico rivendicato dalla maggioranza di centrodestra e da Fratelli d’Italia sotto la foglia di fico della “memoria senza divisioni”.

Nel Salento, dunque, la politica istituzionale sceglie apertamente di sdoganare i simboli dello squadrismo nei monumenti pubblici. Col passare dei giorni il contagio sale d’intensità risalendo la penisola. A Brescia, a due passi da Piazza della Loggia segnata dalla strage fascista del ’74, un gruppo di nazi-fascisti — sigle come Brescia ai bresciani e Rete Patrioti — si piazza di notte davanti al Monumento ai Caduti. Sono lì a intonare il rito del “presente”, intruppati e con il braccio teso. A meno di 24 ore di distanza a Milano, in pieno Duomo, la situazione esplode: centinaia di ultrà ungheresi del Ferencváros, arrivati in città per la trasferta di Europa League, trasformano la città in uno stadio. Tra cori, fumogeni, striscioni come “We have to defend Europe” e magliette con il volto di Mussolini, la piazza si tinge di nero. E la beffa si consuma sotto gli occhi dello Stato, perché a presidiare la Lombardia ci sono oltre cinquecento uomini della brigata paracadutisti Folgore, mandati sul territorio con l’operazione Strade Sicure. Una presenza massiccia che nei proclami del governo dovrebbe garantire la sicurezza urbana, ma che si rivela del tutto inerme — o politicamente indifferente — davanti a cortei paramilitari e parate nostalgiche. Le camionette e le mimetiche servono a fare vetrina, magari a intimidire qualche ragazzino di periferia, non certo a fermare centinaia di ultrà stranieri che marciano a braccia tese.
Il cerchio si chiude a Pavia, dove il centro storico si ferma come ogni anno, paralizzato per l’ennesima sfilata neofascista autorizzata e scortata dallo Stato in Borgo Ticino per ricordare Emanuele Zilli — il militante missino morto negli anni Settanta — tra fiaccole e croci celtiche. Una settimana nera, che si chiude con un bilancio impietoso. E la domanda, a questo punto, non è più cosa facciano i neofascisti nelle nostre piazze, ma perché lo Stato abbia deciso di abdicare al proprio ruolo costituzionale, trasformandosi di fatto nel custode di questa agibilità nera.


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