C’è una contabilità che l’Europa preferisce non esibire perché, mentre diminuiscono gli sbarchi, aumentano i morti in mare; mentre si riducono le domande d’asilo ma si allungano le attese per ottenere protezione; mentre i governi rivendicano il controllo delle frontiere, si restringono gli spazi di soccorso. I numeri sembrano raccontare il successo delle politiche di contenimento ma è il loro rovescio a restituire la misura del fallimento. È in questa frattura tra propaganda dei risultati e realtà dei diritti che si apre l’anno zero del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, applicabile dal 12 giugno 2026. La fotografia offerta dal Dossier Statistico Immigrazione 2026 di Idos impone una domanda scomoda: su cosa stiamo misurando il successo delle politiche migratorie?
Per la prima volta in un decennio, il numero delle persone costrette alla fuga nel mondo è diminuito: 117,8 milioni alla fine del 2025, il 4,3% in meno rispetto all’anno precedente. Sarebbe un dato incoraggiante, se non fosse necessario leggerlo dentro le condizioni che lo hanno prodotto. A pesare sono soprattutto i ritorni nei Paesi d’origine, cresciuti del 49%, spesso verso territori ancora segnati da conflitti, povertà, servizi essenziali insufficienti.
Circa 2,9 milioni di persone sono rientrate in Afghanistan, dove governano i talebani; in Siria, dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, i ritorni sono stati circa 1,3 milioni, mentre 4,9 milioni di siriani restano in esilio. Tornare, dunque, non equivale necessariamente a poter ricominciare: la fine di una fuga amministrativamente registrata non coincide sempre con la fine del pericolo.
Sette rifugiati su dieci vivono inoltre in condizioni di esilio protratto da oltre cinque anni. E il 68% di chi è costretto a fuggire è accolto in Paesi a basso o medio reddito. La geografia della solidarietà smentisce così un altro luogo comune: il peso dell’accoglienza non grava principalmente sull’Europa, ma ricade soprattutto sui Paesi più vicini alle crisi, spesso quelli con minori risorse.
La stessa complessità emerge dai dati europei. Nel 2025 gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione sono scesi a circa 180mila, contro i 240mila del 2024. Le domande d’asilo presentate per la prima volta sono diminuite del 26,4%, fermandosi a circa 672mila. Eppure, all’inizio del 2026, oltre 1,2 milioni di richieste attendevano ancora una decisione. Il tasso di riconoscimento della protezione è sceso dal 51,4 al 39,1%.
In Italia le domande sono passate da 151mila a 128mila, con un tasso di riconoscimento del 30%. Anche gli sbarchi, dopo aver superato quota 180mila nel 2016 e raggiunto 157mila nel 2023, si sono attestati intorno a 66mila sia nel 2024 sia nel 2025. Numeri che incrinano la rappresentazione di un’emergenza permanente e di un continente costantemente assediato. Non cancellano, però, le ragioni della fuga.
C’è un dato che più di ogni altro incrina la narrazione: nei primi otto mesi del 2026, mentre gli arrivi via mare nel Mediterraneo sono diminuiti da circa 86mila a poco più di 51mila, le morti accertate sono aumentate da 1.248 a 1.733. Sulla rotta del Mediterraneo centrale hanno perso la vita 914 persone, contro le 827 dello stesso periodo del 2025.
Dal 2014 l’OIM ha registrato oltre 35mila morti e dispersi nel Mediterraneo, quasi 27mila dei quali lungo la rotta centrale. È un bilancio già spaventoso, che non comprende tutte le vittime dei naufragi senza testimoni, le imbarcazioni scomparse, i corpi mai recuperati.
La diminuzione degli arrivi, dunque, non può essere assunta automaticamente come prova dell’efficacia delle politiche di contrasto. Occorre domandarsi a quale prezzo venga ottenuta e quali alternative siano rimaste a chi fugge.
Il contributo di Sos Mediterranee Italia al Dossier ricostruisce dieci anni di ostilità nei confronti del soccorso civile. Sea-Watch ha documentato 72 episodi di intimidazioni e violenze contro navi delle Ong da parte della cosiddetta guardia costiera libica tra il 2016 e il 2025. A questo si aggiungono le disposizioni che impongono alle imbarcazioni di rientrare in porto dopo un soccorso e l’assegnazione di porti lontani dalle aree operative: misure che, tra il 2022 e il 2025, hanno sottratto alle navi di Sos Mediterranee 1.219 giorni di attività. Ogni giorno sottratto al soccorso è una possibilità in meno di raggiungere un’imbarcazione in difficoltà. Ogni ritardo può diventare decisivo. Per questo la denuncia dell’organizzazione — le morti non sono una fatalità, ma il risultato di precise scelte politiche — non è soltanto un atto d’accusa: è una questione di responsabilità pubblica.
È su questo terreno che si innesta il nuovo Patto europeo, approdo di una lunga stagione nella quale il controllo delle frontiere ha progressivamente prevalso sull’ampliamento dei canali legali, sulla protezione e sul soccorso. Screening obbligatorio, procedure accelerate e di frontiera, trattenimenti e rimpatri rafforzati: l’impianto sposta ulteriormente il baricentro verso il contenimento, introducendo la finzione giuridica del non ingresso per le persone sottoposte alle procedure di frontiera.
L’Italia ha contribuito a preparare questo modello. L’esternalizzazione dei confini, sperimentata attraverso accordi con i Paesi nordafricani, precede di molti anni l’attuale architettura europea. Il primo accordo con la Tunisia risale al 1998; a esso sono seguite nuove intese, sino al memorandum tra Tunisia e Unione europea del 2023. Con la Libia, la cooperazione ha consentito, tra il 2017 e il 2025, di intercettare 192.788 persone in movimento nel Mediterraneo e ricondurle verso strutture di detenzione.
Eppure dalla costa libica continua a partire l’87% degli arrivi via mare in Italia. Un dato che mostra quanto il contenimento non coincida con la soluzione delle cause della mobilità, né con la cancellazione delle partenze. Spostare il confine oltre il territorio europeo significa, piuttosto, trasferire una parte del controllo e delle sue conseguenze a Paesi nei quali le garanzie e la tutela dei diritti sono profondamente problematiche.
La frontiera diventa così un luogo politico sempre più distante dagli occhi dei cittadini europei, ma non dalle loro responsabilità. È qui che il lessico della sicurezza rischia di trasformarsi in un dispositivo di rimozione: non si vedono più le persone respinte, non si documentano tutte le morti, non si misura il costo umano delle decisioni.
Il Patto entra in vigore mentre l’Europa continua a oscillare tra il riconoscimento formale dei diritti fondamentali e la loro compressione nelle pratiche di frontiera. Non è ancora possibile valutarne compiutamente gli effetti: è troppo presto per attribuirgli risultati definitivi. Ma il contesto in cui prende avvio è già eloquente. Una somma di contraddizioni che dovrebbe indurre a interrogare le politiche adottate, anziché celebrarle preventivamente.
