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Albania, proteste a Tirana: 963 docenti chiedono le dimissioni di Rama. Decine di arresti, anche molti minorenni

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Sette giorni di manifestazioni e scontri con la polizia. Tra i fermati anche sette minorenni tra i 15 e i 17 anni. I docenti denunciano presunte violazioni dei diritti umani e chiedono un governo di transizione. Rama respinge le richieste di dimissioni, ma si dice disponibile al dialogo con chi protesta pacificamente.

TIRANA – Sette giorni di proteste, decine di arresti e oltre 270 persone che hanno richiesto assistenza medica. In Albania cresce la tensione attorno alle manifestazioni studentesche contro il governo guidato da Edi Rama. Al centro del confronto ci sono le richieste di cambiamento politico, le denunce sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine e le preoccupazioni per il coinvolgimento di minorenni negli scontri.

Secondo i dati riportati fino al 18 ottobre, oltre 270 persone hanno richiesto assistenza medica, tra cui anche agenti di polizia.

La protesta dei docenti: “Rama si dimetta”

Nel clima di crescente tensione, 963 docenti hanno sottoscritto, secondo la dichiarazione citata, un documento che condanna le violenze denunciate durante le proteste studentesche e richiama le istituzioni al rispetto dei diritti fondamentali.

I firmatari chiedono al primo ministro Edi Rama di ascoltare le rivendicazioni degli studenti e di dimettersi, aprendo la strada alla formazione di un governo di transizione. L’obiettivo indicato nel documento è favorire la stabilità istituzionale, la pacificazione del Paese e il rispetto della volontà popolare.

L’appello è rivolto anche alle forze dell’ordine, alle rappresentanze diplomatiche presenti a Tirana e alla cittadinanza. Ai poliziotti viene chiesto di interrompere ogni forma di violenza contro gli studenti e di rifiutare l’esecuzione di eventuali ordini illegali. I docenti sottolineano inoltre la necessità di accertare le responsabilità individuali, anche attraverso le immagini registrate dai cittadini e dai mezzi di informazione.

Un altro passaggio della dichiarazione riguarda le rappresentanze diplomatiche, chiamate a intervenire pubblicamente a tutela dei diritti dei cittadini albanesi. Ai manifestanti viene invece chiesto di proteggere i beni pubblici e privati ed evitare atti di vandalismo che potrebbero essere utilizzati per delegittimare la protesta o giustificare ulteriori interventi repressivi.

La dichiarazione richiama anche l’esperienza del 1991 e invita i cittadini di Tirana a unirsi agli studenti per scongiurare nuovi episodi di violenza. «Nessun governo ha abbastanza poliziotti e gas lacrimogeni per un intero popolo», è il messaggio conclusivo del documento, che richiama alla solidarietà e alla difesa delle libertà fondamentali.

Le denunce di violenze contro i minorenni

Tra gli aspetti più delicati della crisi c’è il coinvolgimento dei minorenni. Per la manifestazione del 18 ottobre sono stati segnalati sette ragazzi arrestati, di età compresa tra i 15 e i 17 anni.

La gestione degli scontri da parte delle forze dell’ordine è diventata uno dei principali temi del dibattito pubblico. Le preoccupazioni riguardano soprattutto la tutela dei più giovani, l’eventuale uso eccessivo della forza e la necessità di verificare le circostanze in cui sono stati effettuati i fermi e gli arresti.

Il ministero dell’Interno e la polizia hanno invitato i genitori a impedire che i figli prendano parte a episodi di violenza. Il Comitato albanese di Helsinki ha sollevato dubbi sull’uso della forza da parte degli agenti, in particolare nei confronti dei minorenni, chiedendo indagini indipendenti sugli episodi denunciati.

La presenza di adolescenti tra le persone fermate rende ancora più urgente verificare le modalità degli interventi, le eventuali lesioni riportate e il rispetto delle garanzie previste per i minori. Le circostanze di ciascun episodio dovranno essere ricostruite attraverso testimonianze, immagini e documentazione medica, affinché eventuali responsabilità siano accertate in modo trasparente.

Le denunce sulle aggressioni ai giornalisti

Accanto alle preoccupazioni per il trattamento riservato ai minorenni, emergono anche quelle relative alle condizioni in cui i giornalisti stanno seguendo e documentando le manifestazioni di Tirana.

Le segnalazioni di presunte aggressioni, minacce, intimidazioni o ostacoli all’attività della stampa durante gli scontri pongono una questione fondamentale: la possibilità per gli operatori dell’informazione di svolgere il proprio lavoro senza subire pressioni o violenze mentre documentano gli interventi delle forze dell’ordine e gli sviluppi delle proteste.

La libertà di stampa e la sicurezza dei giornalisti rappresentano garanzie essenziali per il diritto dei cittadini a essere informati, soprattutto in una fase di forte tensione politica e sociale.

La questione centrale resta l’accertamento dei fatti: ricostruire le dinamiche degli scontri, verificare le condotte individuali e stabilire se gli interventi siano stati proporzionati alle circostanze.

Rama respinge le dimissioni

Sul fronte politico, Edi Rama ha respinto le richieste di dimissioni. Il premier ha sostenuto che manifestare sia un diritto dei cittadini, distinguendo però le proteste pacifiche dagli atti di violenza, che considera una violazione della legge. Ha inoltre dichiarato la propria disponibilità al dialogo con chi protesta pacificamente.

La distanza tra le richieste dei manifestanti e la posizione del governo rimane evidente. Da una parte, studenti e firmatari della dichiarazione chiedono un cambiamento politico, la tutela dei diritti e garanzie contro gli abusi; dall’altra, il primo ministro esclude di accogliere la richiesta di dimissioni, pur dichiarandosi disponibile al confronto.

Nel frattempo, familiari e cittadini continuano a esprimere preoccupazione per la sicurezza dei giovani coinvolti nelle manifestazioni. Le richieste di trasparenza e di accertamento delle responsabilità istituzionali si intrecciano con il dibattito sulla gestione dell’ordine pubblico, sulla libertà di stampa e sul diritto di protesta.

Alla base delle proteste non c’è soltanto la gestione degli scontri con la polizia, ma un malcontento più profondo nei confronti del governo albanese. La mobilitazione si inserisce in un clima segnato dalle denunce di corruzione, dagli scandali politici e dall’insoddisfazione per il funzionamento delle istituzioni.

A pesare sulla vita quotidiana di molti cittadini è anche il costo elevato della vita, che alimenta le difficoltà economiche delle famiglie e il disagio sociale, soprattutto tra i giovani. È in questo contesto che le richieste di dimissioni di Edi Rama e di cambiamento politico si intrecciano con la domanda di maggiore trasparenza, responsabilità istituzionale e migliori condizioni di vita.

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