C’è un cortocircuito grottesco, quasi osceno, nel modo in cui il ceto politico al potere racconta la scuola pubblica. Da un lato la retorica stucchevole del “merito”, della disciplina militaresca, della patria e dei ranghi serrati; dall’altro la cruda, scandalosa realtà di un’istituzione lasciata letteralmente a pezzi. Solai che crollano, cantieri eterni, aule dove si gela d’inverno e si soffoca d’estate, tetti che grondano acqua sulle teste di studenti e insegnanti.
Mentre i palazzi del potere pontificano su come raddrizzare la schiena ai ragazzi, la scuola reale viene giù un soffitto alla volta. E quando gli studenti — da Roma a Torino, passando per Milano — alzano la testa, occupano, protestano contro il modello “4+2” che subordina la formazione critica alle esigenze immediate delle aziende, o denunciano l’ingresso della filiera bellica nei percorsi di alternanza, la risposta dello Stato è repressione e autoritarismo. È lo specchio di ciò che accade in Francia, dove accanto a manganelli e lacrimogeni sono gli stessi algoritmi di selezione universitaria a sbarrare la strada all’istruzione e a svelare la natura ferocemente classista del sistema.
Ma c’è un elemento ulteriore, ancora più torbido, che attraversa questo tempo di crisi: l’agibilità politica concessa — e talvolta protetta — all’estrema destra studentesca. Quando sigle giovanili legate a doppio filo con la maggioranza di governo e con esponenti istituzionali trasformano i dintorni degli istituti in territori di squadrismo e intimidazione — dagli agguati di Sanremo a quelli milanesi —, non siamo di fronte a “turbe giovanili”. Siamo di fronte a un disegno dai tratti fortemente eversivi della democrazia scolastica.
La scuola non è un’azienda da efficientare né una caserma da disciplinare. La Costituzione ce la consegna come il luogo per eccellenza dell’emancipazione, della libertà e dell’antifascismo. I ragazzi che scendono in piazza, che occupano i licei, che rifiutano la sottomissione e la paura stanno compiendo il più alto esercizio di educazione civica possibile. Sulle macerie materiali e morali lasciate da questo governo, la loro voce non è un disturbo all’ordine pubblico, ma l’unico vero futuro che ci è rimasto da difendere. Prima che anche in Italia esploda ciò che sta già infuocando le strade e i licei francesi.
