Emfa, la grande incompiuta

Giustizia per Daphne. Intervista a Francesca Rispoli, che aprirà la due giorni di commemorazioni a Malta

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Sarà la Presidente di Libera Francesca Rispoli ad aprire la due giorni in memoria di Daphne Caruana Galizia in programma a Malta il 15 e 16 ottobre, a nove anni dall’attentato alla giornalista d’inchiesta avvenuto, appunto, il 16 ottobre 2017. Una data importante per ricordare Daphne e continuare a sostenere e difendere la libertà di stampa. Ne abbiamo parlato con Rispoli alla vigilia della partenza per l’isola.

Cosa rappresenta per Libera aprire le commemorazioni dell’attentato di nove anni fa a Daphne Caruana Galizia?
“È un onore e una responsabilità. Daphne è stata uccisa per aver fatto ciò che chiediamo a ogni cittadina/o: rifiutare una versione incompleta dei fatti e chiedersi a chi giovi il silenzio. Libera è nata da un’idea semplice: il dolore, da solo, non costruisce nulla, deve diventare memoria condivisa e impegno. Aprire queste commemorazioni significa ricordare che dietro un nome ci sono una biografia, una famiglia, un lavoro, e che i familiari non sono testimoni da convocare una volta l’anno: vanno accompagnati nel tempo. In Italia ogni 21 marzo leggiamo i nomi di oltre mille e cento vittime innocenti delle mafie, e per troppe di loro, dopo il nome, resta un vuoto: non sappiamo chi ha ordinato, chi ha coperto, chi sapeva e non ha parlato. Per questo parliamo dell’esigibilità di un diritto per troppo tempo non considerato, il diritto alla verità. Con Repubblika condividiamo il punto di partenza: non rassegnarsi ai sistemi corruttivi, rompere il silenzio sulle ingiustizie inaccettabili”.
Libera si occupa da sempre di informazione e libertà di espressione, oggi a rischio in Europa e nel mondo. Quanto può contare la mobilitazione civile?
“Conta moltissimo, a una condizione: che non si esaurisca nell’indignazione. L’indignazione passa, l’attenzione si sposta. Dopo le stragi del 1992 l’Italia reagì con un’ondata emotiva enorme, e Libera è nata portando quell’emozione a diventare sentimento costante: oggi è una rete di oltre milleseicento associazioni, scuole, cooperative e parrocchie, che funziona perché migliaia di realtà locali scelgono di muoversi insieme. La mobilitazione conta quando è paziente: quando ascolta le famiglie, restituisce le biografie delle vittime alla collettività, riporta i beni confiscati alle comunità, educa. E conta perché le mafie e i poteri opachi vivono di silenzio e di una narrazione parallela, costruita per competere con quella della giustizia. Una società che conosce i nomi e le storie è molto più difficile da zittire. La libertà di informazione non è un tema per soli giornalisti: è un bene comune”.
L’Europa non riesce a far rispettare e, talvolta, nemmeno recepire le norme ispirate al lavoro di Daphne. Pensa che possiamo incidere noi giornalisti e attivisti?
“Sì, ma solo con un impegno costante, perché una norma approvata non è una norma applicata. L’esempio più chiaro è la direttiva anti-SLAPP, pensata contro le cause intimidatorie che servono a logorare chi informa più che a vincere in tribunale. Il 7 maggio 2026 era la scadenza per il recepimento, e quasi tutti gli Stati membri l’hanno mancata. L’Italia ha presentato una proposta di decreto solo il 9 luglio, e il 15 luglio la Commissione europea le ha inviato una lettera di richiamo, primo passo della procedura d’infrazione. Se si approda ad una trasposizione simbolica, tardiva e inefficace, vuol dire che abbiamo bisogno di far sentire di più l’esigenza di un’informazione libera che liberi. E far pesare il fatto che l’Italia detiene il primato europeo per numero di azioni vessatorie. Il rischio, anche dove una legge c’è, è un’applicazione tiepida. La direttiva limita le tutele ai soli casi transfrontalieri, e la Commissione ha invitato gli Stati a estenderle anche ai casi nazionali. Non è un dettaglio: proteggere solo i casi transfrontalieri lascerebbe senza tutela oltre il 90% delle SLAPP. Malta ha recepito la direttiva limitandosi ai requisiti minimi, con una tutela circoscritta ai casi transfrontalieri, e con un atto del governo anziché un percorso parlamentare. Repubblika, la Fondazione Daphne e l’Istituto dei giornalisti hanno criticato la scelta, e gli emendamenti per rafforzare la tutela sono stati respinti dalla maggioranza. Una legge così protegge sulla carta, ma non il cronista che riceve la querela sotto casa. Giornalisti e attivisti possono incidere in tre modi. Possono monitorare l’applicazione, caso per caso, perché le norme non applicate sopravvivono quando nessuno guarda. Possono chiedere che la tutela copra anche i casi interni. E possono fare rete e stringere alleanze: un giornalista isolato è vulnerabile, un’unione di forze molto meno”.
 Quali sono, secondo lei, i temi più “oscurati” in questo momento dalla cronaca?
“Purtroppo sono numerosi, perché oggi siamo preda dei sensazionalismi e delle comunicazioni rapide ed evanescenti. Più che temi assenti, direi quindi temi che la cronaca racconta male, fermandosi all’episodio. Ne indico tre, e per ciascuno serve andare oltre la notizia. Il primo è il disagio giovanile. Quando un ragazzo esce di casa con un coltello, la cronaca si ferma al fatto e alla richiesta di più sicurezza. Ma la domanda vera viene prima: che cosa c’è dietro? Cosa porta quella mano a brandire il coltello? Solitudine, povertà educativa, scuole che restano sole, quartieri senza luoghi in cui stare insieme, adulti marginalizzati che non riescono ad avere un ruolo educativo. Se ci fermiamo alla repressione, curiamo il sintomo. L’educazione è un lavoro lungo e poco “da prima pagina”, ma è lì che si decide molto. Il secondo è la corruzione. Siamo rimasti all’immagine folkloristica della tangente nascosta, della cena pagata o la busta nella mozzarella. Attuale ma non sufficiente. Oggi la corruzione si annida spesso in meccanismi più sottili e, a volte, perfettamente legali: conflitti di interesse mai dichiarati, affidamenti diretti motivati dall’urgenza, consulenze generose, finanziamenti alla politica, pressioni sulle norme senza alcuna trasparenza, passaggi dal pubblico al privato e ritorno. Nessuno vede un reato, ma qualcuno vede orientare una decisione pubblica verso un interesse privato. Le sue vittime non hanno un volto, ed è per questo che serve spiegarla. Il terzo è la presenza delle mafie nell’economia. Parlarne solo come di riciclaggio o infiltrazione è riduttivo. Le mafie stanno dentro imprese che lavorano e assumono, con prezzi competitivi e liquidità disponibile quando le banche chiudono la porta. Entrano nei subappalti, nella logistica, nei servizi, nel credito alle imprese in difficoltà, e conquistano consenso offrendo lavoro. Sembrano concorrenti come gli altri, ma falsano il mercato.
Il filo comune è la comprensione. Bisogna capire i meccanismi per riconoscerli nella vita quotidiana: nell’offerta troppo conveniente, nell’appalto che va sempre agli stessi, nella decisione pubblica che non è spiegata a nessuno. È questo che fanno la scuola, la cultura e un’informazione che non si accontenta della notizia, ed è questo che dobbiamo fare noi tutte, ascoltando, studiando e dandoci gli strumenti per capire e agire”.

Dopo l’apertura con i seminario di Francesca Rispoli, giovedì 15, ci saranno le commemorazioni il 16 e lo stesso giorno (alle 19) un sit in a La Valletta per avere verità e giustizia per Daphne. L’iniziativa è stata organizzata da Repubblika davanti al Parlamento, prima di procedere verso il Palazzo di Giustizia. Repubblika ha dichiarato, in una nota, che la manifestazione rivolgerà nuovi appelli a “verità, giustizia e responsabilità”, così come per un approfondimento delle indagini sull’assassinio di Daphne Caruana Galizia. Tra le riforme sollecitate c’è l’introduzione di leggi  specifiche per combattere  la mafia sul modello di quelle esistenti in Italia. Come si sa il Primo Ministro, Robert Abela,  ha dichiarato che la mafia non esiste a Malta. Repubblika ha sostenuto invece che se queste organizzazioni operano nel paese dovrebbero essere indagate dalla polizia e giudicate dai Tribunali.


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