Emfa, la grande incompiuta

La domanda che nessuno vuole porsi sul caso Ranucci

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Per quanto in molti si affannino ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul “dito”, noi non smettiamo di fissare la “luna”: quali sono i motivi per i quali la RAI ha tolto a Sigfrido Ranucci la conduzione di Report?

Ad oggi non lo abbiamo capito. La RAI ha provato condotte scorrette da parte del giornalista nei confronti dell’azienda? Quali? E se fosse, perché darsi tanto pensiero nel proporgli ben tre incarichi prestigiosi alternativi a quello di Report?

Per questo è legittima una domanda: il provvedimento della RAI contro Ranucci è stato assunto per meri motivi di opportunità “politica”? Cioè, detto altrimenti, per compiacere il Governo?

Se Ranucci fosse un parlamentare e non un professionista sottoposto normalmente al sindacato della magistratura per ogni parola proferita nella sua lunga carriera, durante la quale ha infatti sopportato centinaia di azioni legali intentate da coloro si sono sentiti volta, volta, diffamati dalle sue affermazioni, potrebbe invocare il “fumus persecutiunis”, tanto caro agli onorevoli tangentari degli anni ’90 e molto probabilmente avrebbe partita vinta facilmente.

Il “fumus persecutiunis”, cioè il sospetto che un soggetto venga perseguito non per le sue condotte, ma per ciò che di sgradito rappresenti agli occhi di un qualche potere, ben si adatterebbe infatti alla situazione di Ranucci e quindi di Report: l’amministratore delegato Rossi, il direttore degli approfondimenti Corsini, il Comitato Etico RAI (autore della istruttoria ferragostana) possono essere considerati “giudici” terzi, imparziali?

Qualche dubbio è lecito.

Il Comitato Etico della RAI pare sensibile soltanto ai presunti eccessi di Ranucci, niente da dire, soltanto per fare un esempio, per le dichiarazioni pubbliche di Antonino Napoleoni che prendendo le difese di Gilberto Cavallini, condannato in via definitiva per la strage di Bologna, ha definito il processo una “vendetta politica”?

Rossi e Corsini hanno poi lasciato il segno negli anni con i loro interventi alle feste di Atreju: Rossi già nel 2018 attaccava Saviano e don Ciotti accusandoli di sospetto strabismo nel parlare di mafia, Corsini molto più recentemente da quello stesso palco ha rivendicato la propria militanza nel partito della presidente del Consiglio, cioè il partito che per bocca dei suoi big ha maggiormente “perorato” l’epurazione di Ranucci.

Pare che secondo la Costituzione repubblicana, le norme italiane ed europee (le più recenti quelle contenute nell’ignorato Media Freedom Act) cacciare un giornalista dal Servizio Pubblico come conseguenza di una discriminazione politica sia illegale. Un po’ come far intercettare dai Servizi Segreti dei giornalisti professionisti. Pare addirittura (dannato diritto!) che condotte del genere siano illegali pure se ad assumerle fosse un soggetto privato: chi si ricorda come andò a finire quando la FIAT di Marchionne proclamò di non voler assumere lavoratori appartenenti alla FIOM per le posizioni tenute durante il referendum interno? Chissà come sarebbero andate le cose se una obiezione del genere e cioè di perdere il posto a seguito di una discriminazione politica, l’avesse sollevato Massimo Giletti quando Urbano Cairo gli staccò la spina senza tanti complimenti nell’Aprile del 2023?

Il chiarimento sulla legittimità o meno della scelta RAI su Ranucci a questo punto sarà probabilmente demandato ad un giudice vero e proprio, altra bestia-nera per i neri di Governo, che tanto poco sopportano sia la stampa libera che la magistratura indipendente ed infatti una delle “cannoniere” di TeleMeloni, Libero, ha già cominciato preventivamente ad attaccare la magistratura evocando “Tele-Toghe”, cioè paventando che un tribunale applicando la legge (che abominio!) possa reintegrare Ranucci alla conduzione di Report. L’esito di questa vicenda merita la massima attenzione non perché Ranucci sia un eroe senza macchia e senza paura da difendere a prescindere, ma perché è in ballo un presidio fondamentale della democrazia: l’autonomia della informazione pubblica dalle pretese del potere esecutivo. Basta sostituire “informazione pubblica” con “magistratura” e si torna agli argomenti che adoperavamo per la battaglia referendaria contro la “Legge Nordio” sulla separazione delle carriere.

 


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