Valter Lavitola continua a confermare di essere il mandante dell’avvertimento, he ho avrebbe ordinato per far crescere la popolarità di Ranucci fino ad indurre il conduttore a mettersi in politica. Non ci credono i giudici, non ci crediamo noi. Lavitola ha agito come un faccendiere che si muove da sempre lungo la linea che separa legalità e illegalità, che ha contatti con zone grige che operano da sempre in Italia, nell’intento chiaro di destabilizzare per stabilizzare. I veri mandanti vanno cercati tra i molti toccati direttamente dalle indagini di Report e di Ranucci: le inchieste sulle nuove piste investigative sulla strage di Bologna, sull’omicidio di Piersanti Mattarella, sul ruolo della destra eversiva nell’organizzazione degli eccidi di Capaci e via D’Amelio. Stiamo parlando di quel mondo di mezzo dove i faccendieri e i criminali si muovono su mandato di beneficiari politici, di uomini infedeli degli apparati dello Stato, della massoneria occulta. In queste ore il caso approda direttamente a Bruxelles con l’accusa di violazione del Media Freedom Act e Sigfrido Ranucci contesta formalmente la decisione dell’azienda, preludio all’avvio di una causa per il suo reintegro.
Il caso Ranucci, l’attacco al giornalismo d’inchiesta, il fallimento del servizio pubblico
Il siluramento di Sigfrido Ranucci alla guida di Report, l’avvicendamento di due debolissimi nuovi conduttori, la ribellione degli inviati storici del programma, dimostrano l’assoluta incapacità dei vertici della Rai di gestire un caso politico e professionale dagli esiti ormai imprevedibili e il sostanziale fallimento del ruolo del servizio pubblico. Perché qui, al di là delle vicende giudiziarie che riguardano mandanti, esecutori materiali dell’attentato dinamitardo contro Ranucci, è in gioco non tanto la carriera di un collega stimato, ma anche il ruolo che il giornalismo d’inchiesta ha avuto nel nostro paese.
I veri mandanti.
