Giornalismo sotto attacco in Italia

Troppo comodo invocare ora inchieste su mafia e politica

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All’indomani del gagliardo invito fatto dalla presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni alla Commissione parlamentare antimafia, presieduta dalla meloniana di ferro Chiara Colosimo, ad indagare i rapporti tra mafia e politica, ecco che l’ANSA alle 15:43 batte una agenzia che pur non indicando esplicitamente l’autore del messaggio può ben essere ricondotta alla stessa presidente della Antimafia, con la quale veniamo rassicurati: il prossimo ufficio di presidenza fissato per Martedì affronterà senza indugi la questione.

Il testo parla di un “eventuale nuovo filone di inchiesta sulle infiltrazioni della mafia nella politica. Argomento che quindi, prosegue il testo, non riguarda inchieste specifiche già in corso nella commissione…” etc.

Con una sfumatura di “cortesia” istituzionale che colpisce tanto più dopo la performance dell’ineffabile Bruno Vespa che invece, travolgendo decenni di cultura democratica, ieri sera ha cercato di “tappare la bocca” violentemente a Beppe Provenzano, deputato, membro della Commissione Antimafia: una vergogna che svilisce ulteriormente il servizio pubblico.

Tornando al merito è appena il caso di sottolineare una pregiudiziale di moralità politica: troppo comodo invocare inchieste su mafia e politica soltanto dopo gli scandali che hanno travolto Fratelli d’Italia, come pretendere le dimissioni di Delmastro&C. soltanto dopo la sconfitta referendaria (“Da oggi non copro più nessuno!”: perché invece fino al giorno prima lo ha fatto?).

Oltre alla pregiudiziale di moralità sta una seconda questione che rende appello e comunicato irricevibili: la Commissione Antimafia non è un dipartimento universitario di sociologia del fenomeno mafioso (strumenti questi che in Italia per altro esistono e sono di eccellente qualità), ma un organismo parlamentare dotato di poteri investigativi paragonabili a quelli della magistratura, che certo lavora al fine di produrre proposte generali di politica pubblica, ma lo fa a partire da casi concreti, possibilmente evitando di sovrapporsi in maniera sospetta al lavoro della magistratura. Quindi la domanda ineludibile è: da cosa intenderebbe partire il lavoro di “scavo” della Commissione Antimafia? Mica da una ricognizione comparativa della letteratura disponibile in materia: questo lo si lasci fare un buon dottorando!

La madre di ogni relazione sui rapporti tra mafia e politica infatti, per molti versi insuperata ancora oggi, resta quella votata a maggioranza nell’Aprile del 1993, presidente Luciano Violante, che ha il merito di tracciare una definizione fertile e severa della responsabilità della politica nel costruire rapporti con la mafia a prescindere dalla responsabilità penale. Ma pure quella relazione magistrale prendeva le mosse da un preciso fatto di cronaca e cioè l’assassinio di Salvo Lima a Palermo il 12 Marzo 1992 (Falcone disse “Ora può succedere di tutto”), plenipotenziario di Giulio Andreotti in Sicilia.

Ancora più nel dettaglio: il testo lanciato dalla agenzia rende chiaro l’enorme, ipocrita, confusione di chi vuol far finta di non capire. Il titolo di questa fantomatica inchiesta infatti dovrebbe riguardare le possibili “infiltrazioni” della mafia dentro la politica. Ma per chi ci prendono? Ancora con questo paradigma frusto e falso che lascia immaginare un “corpo sano” (la politica), infettato da agenti esterni, ostili (i mafiosi) che si “infiltrano”. Le mafie non “infiltrano” la politica, le mafie “incontrano” convergenze di interessi e disponibilità fondate su reciproche convenienze. Chi nella storia dell’antimafia ha opposto una rigorosa indisponibilità al “patto scellerato” ha spesso pagato con la vita (come aveva probabilmente compreso bene Loris D’Ambrosio, grande magistrato e consigliere giuridico del Quirinale, prematuramente scomparso nel Luglio del 2012).

Se poi infine per un qualche imprevedibile motivo la maggioranza meloniana dovesse convertirsi a più opportuni approcci sulla materia, allora la lista delle questioni calde dalle quali partire sarebbe lunga e comincerebbe sicuramente dalla strage di Via D’Amelio, che invece in questi tre anni e mezzo è stata scientemente adoperata dalla Colosimo e dai suoi consiglieri per allontanare precisamente proprio questi aspetti. Ne sa qualcosa il Senatore Roberto Scarpinato che non soltanto ancora aspetta che la Colosimo prenda in considerazione il lungo e puntuale documento proposto sul tema fin dall’Ottobre del 2023, ma anche di sapere se sarà o meno cacciato dalla Commissione parlamentare antimafia, per via legislativa. Il che è un modo un po’ più felpato per gridare ad un deputato “Stia zitto!”, Vespa magister vitae.


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