Giornalismo sotto attacco in Italia

Sant’Anna di Stazzema: la memoria tagliata

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Sant’Anna di Stazzema non è un luogo qualsiasi della geografia italiana. È una ferita aperta nella carne della Repubblica. È il punto in cui la storia italiana ha visto convergere la brutalità nazifascista e la complicità attiva dei fascisti nella stagione più oscura del Paese. Qui, nell’estate del 1944, furono uccise circa 560 persone, tra cui oltre 130 bambini. Un eccidio deliberato di civili, compiuto dentro la logica di dominio e terrore che ha attraversato l’occupazione della penisola. Oggi, su quella stessa collina dove la Repubblica dovrebbe riconoscere uno dei suoi fondamenti morali, arriva un gesto che pesa come una decisione politica aberrante: il taglio dei fondi al Parco Nazionale della Pace.
Un taglio da 500mila a 360mila euro. Centoquarantamila euro sottratti a musei, percorsi, attività educative, progetti rivolti alle scuole. È una scelta di priorità culturale e dunque politica. Il Parco della Pace di Sant’Anna di Stazzema, istituito con legge dello Stato, è un dispositivo civile: trasforma la memoria in coscienza pubblica, la storia in educazione democratica. È uno dei luoghi in cui la parola “mai più” ha ancora un contenuto concreto. Oggi si colpisce proprio lì, dove la memoria è lavoro quotidiano. Il quadro è dentro una tendenza più ampia di marginalizzazione dei luoghi della memoria, riduzione delle politiche culturali legate all’antifascismo e trasformazione della storia in un terreno indifferente dove tutto si equivale. Dentro questo quadro si inserisce anche la proposta di legge sull’anagrafe antifascista e contro la propaganda fascista, depositata in Parlamento e ferma da anni, nonostante le migliaia di firme raccolte da cittadine e cittadini che chiedono un presidio democratico contro simboli, linguaggi e organizzazioni neofasciste nello spazio pubblico.
Perché Sant’Anna di Stazzema parla con una chiarezza che spesso la politica non vuole ascoltare. Parla di corpi cancellati. Parla di bambini. Parla di una violenza organizzata che ha avuto nella complicità fascista un elemento strutturale. Il taglio dei fondi assume qui una sottrazione di centralità alla memoria antifascista nella costruzione dell’identità repubblicana. Allora si può discutere di bilanci, ma non si può fingere che tutti i tagli siano uguali. Esistono luoghi in cui il bilancio coincide con la coscienza civile di un Paese.
Sant’Anna è uno di questi.
Colpire la memoria non è mai neutro. È una scelta politica. Una Repubblica che indebolisce i suoi luoghi della memoria ridefinisce se stessa. E la domanda non riguarda solo Sant’Anna di Stazzema. Riguarda che cosa resta dell’Italia quando la memoria diventa un costo invece che una responsabilità.

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