Non sarà una riedizione del Remigration Summit dello scorso maggio a Gallarate, in provincia di Varese. I remigrazionisti mondiali, capitanati dall’austriaco Martin Sellner si riuniranno il 30 maggio a Porto. E non riguarda nemmeno la raccolta firme per introdurre, tramite una proposta di legge popolare, la remigrazione nel nostro ordinamento portata avanti dal gruppo Remigrazione&Riconquista, che mette insieme neofascisti di varia natura (Casapound, Fronte Veneto Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai bresciani). Ma è ugualmente preoccupante, se non di più. Perché a portare in piazza i vari sovranisti europei, riuniti nell’eurogruppo dei Patrioti, è la Lega, partito di governo a livello nazionale e alleato a livello continentale con i movimenti più reazionari d’Europa. Al centro della manifestazione, nonostante negli ultimi giorni i promotori abbiano provato ad annacquarne la portata, il concetto di remigrazione. Nato in ambienti neonazisti tedeschi (il primo ad usarlo fu un esponente dell’Afd teutonica) il termine remigrazione (che di fatto altro non è se non una deportazione di massa dei migranti, anche regolari) si basa sulla strampalata (per usare un eufemismo) idea che nel mondo occidentale sia in corso una sostituzione etnica, che nel giro di 15/20 anni porterà i cittadini europei, bianchi e caucasici (come se ci fosse un fenotipo unico di europeo) a diventare una minoranza schiavizzata dai nuovi arrivati. Da ormai circa due anni in Italia è la Lega che si è fatta portavoce di questa corrente e la fuoriuscita di Roberto Vannacci dal Carroccio ha solo temporaneamente rallentato il percorso di estremizzazione e schiacciamento su un’identità di estrema destra della creatura salviniana. Anche se in calo costante di consensi, Salvini ha deciso di sposare la remigrazione, che sta diventando (se non è già diventata) la parola chiave attorno alla quale si muove il sovranismo europeo e occidentale e che sarà, volenti o nolenti, un tema con cui necessariamente confrontarsi (o meglio scontrarsi). A meno che non si preferisca aspettare silenti (e complici) e dire, tra un po’ di tempo, “non li avevamo visti arrivare”.
*Alessandro Braga è giornalista di Radio Popolare e autore di Verdenero. Presente e futuro della Lega (Prospero editore)
