Ben vengano gli anniversari quando sono l’occasione per approfondire la ricerca storica e riflettere a temi e vicende trascurate, ma soprattutto quando sono l’occasione per inserire nel discorso pubblico, sempre affollato di luoghi comuni, se non strumentalmente fuorviante, nuove interpretazioni e sguardi più acuti sul nostro passato. Così sta accadendo grazie all’ottantesimo anniversario della Repubblica, dell’Assemblea Costituente e della chiamata alle urne delle italiane, per la prima volta nella storia del nostro paese accolte nel perimetro della cittadinanza politica.
La ricorrenza, sottolineata dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel discorso per la fine d’anno 2025, ci incoraggia a ripensare il ruolo incisivo delle donne nella transizione postfascista, nella stesura della Costituzione e nelle grandi riforme civili e sociali del dopoguerra.
Tra i libri apparsi di recente la biografia di Maria Maddalena Rossi, curata con rigore e passione da Benedetta Sceresini (Madre della Repubblica Maria Maddalena Rossi nell’Italia del novecento; Biblion edizioni Milano 2025). Si inserisce nel dibattito in corso sui fini, i modi e i problemi della rappresentanza politica di genere nel nostro dopoguerra. Nelle sue pagine si mettono a fuoco conquiste di civiltà e di giustizia sociale che il paese deve all’impegno tenace e “trasversale” di una pattuglia di “donne politiche”, numericamente esigua ma di straordinaria qualità. Una storia di vittorie e di sconfitte, che ci ricorda che nessun progresso è definitivo e che la democrazia vive solo nella responsabilità di chi la esercita, la difende e la rinnova.
(Nella foto Maria Maddalena Rossi è la penultima in fondo a destra).
Elisa Signori

Maria Maddalena Rossi, una “madre della Repubblica” da riscoprire
di Benedetta Sceresini
Riscoprire il profilo di Maria Maddalena Rossi non significa soltanto rendere il giusto omaggio a una vicenda individuale rilevante di per sé, ma aggiornare lo sguardo sulla nostra storia più recente, smuovendo alcuni degli stereotipi più reiterati circa l’identità pubblica e politica delle donne e il loro ruolo in seno alle associazioni, ai partiti e alle istituzioni del nostro Paese.
Maria Maddalena Rossi fu militante e deputata del Partito Comunista Italiano, venendo eletta per la prima volta il 2 giugno 1946 e prolungando il suo mandato parlamentare per le prime tre legislature repubblicane. Il suo, però, è un ritratto che si discosta notevolmente dalle narrazioni più abusate della militanza comunista femminile, promosse dallo stesso PCI e incentrate sull’idealtipo della militante-operaia, con una formazione da “rivoluzionaria professionista” alle spalle. Un modello che, peraltro, rispecchiava le biografie di molte compagne che affiancarono Maria Maddalena Rossi dentro e fuori l’aula di Montecitorio, da Adele Bei a Rita Montagnana, da Teresa Noce a Rina Picolato.
Lei però era diversa: nata a Codevilla (PV) il 29 settembre 1906, proveniva da una famiglia della media borghesia provinciale, una famiglia allineata all’ordine costituito e non del tutto immune da qualche esperienza fascista di piccolo cabotaggio. Il padre fu impiegato presso diverse amministrazioni comunali della bassa lombarda anche dopo il cambio di regime, a scapito di qualsiasi presunzione di antifascismo attivo. All’indomani della Prima Guerra mondiale, il fratello maggiore Alfonso e il più giovane Amico scelsero di appoggiare il nascente movimento fascista, inteso come una risposta alle inquietudini postbelliche. Non sappiamo quanto Maria Maddalena, appena ragazza, recepì di questi fermenti: del resto, sia per ragioni ideologiche che di personalità, ella fu sempre poco incline all’autonarrazione e purtroppo molti dei risvolti più privati della sua esistenza restano oscuri.

A riprova di una precoce intraprendenza e volontà di autodeterminazione, decise di non iscriversi alla cosiddetta Scuola Normale, allora il percorso di formazione superiore più diffuso tra le ragazze che desideravano diventare maestre. Conseguì invece la licenza fisico-matematica presso l’Istituto Tecnico ‘Carlo Cattaneo’ di Milano e, successivamente, si iscrisse alla Scuola di Farmacia dell’Università degli studi di Pavia, laureandosi nel 1929. Se non propriamente un unicum, la scelta di una carriera in ambito scientifico rappresenta quantomeno un significativo scarto rispetto alle tendenze dell’istruzione femminile dell’epoca, ulteriormente condizionate dalla riforma scolastica Gentile, di decisa impronta umanistica e limitante rispetto alle opportunità formative delle ragazze.
Il tenace anticonformismo della Rossi traspare anche dai successivi sviluppi professionali: impiegata per breve tempo in una farmacia sanremese, nei primi anni Trenta trovò lavoro presso l’azienda chimico-farmaceutica Zambeletti di Milano, ove si era trasferita insieme al marito Antonio Semproni, chimico a sua volta. Fu proprio questo ambiente a consentirle un’osservazione ravvicinata delle condizioni di vita e di lavoro degli operai, dalla quale maturarono i germogli della sua coscienza politica. Come si è detto, il suo retroterra familiare non giocò alcun ruolo nella sua affiliazione comunista. Anche la figura del marito, spesso decisiva nelle biografie politiche di molte donne dell’epoca, non fu determinante nel suo caso. È sicuro che Antonio Semproni condividesse gli orientamenti antifascisti della moglie, come del resto testimoniato da un fascicolo a suo nome nel Casellario politico centrale, una sorta di anagrafe del sovversivismo istituita presso il Ministero dell’Interno, ma il suo sembra rimanere un dissenso personale, non incanalato in una precisa appartenenza partitica né tantomeno in attività di dissidenza organizzate. Al contrario, nel 1937 Maria Maddalena Rossi entrò a far parte del Partito Comunista clandestino (PCd’I), una scelta radicale che avrebbe segnato la sua intera esistenza. Siamo negli anni del pieno consenso al regime, lo stesso PCd’I è ridotto all’osso dalle persecuzioni, dagli arresti e da una rigidissima selezione interna. Maria Maddalena Rossi è una giovane borghese sposata, colta, con una solida posizione lavorativa e nessuna esperienza di lotta alle spalle: non proprio il ritratto della “rivoluzionaria professionale”. Eppure riesce a entrare nelle maglie dell’organizzazione, favorita probabilmente dal suo inserimento in una grande azienda e dai preziosi contatti con la vicina Svizzera, intrecciati proprio in virtù del suo lavoro.
Con il sopraggiungere della guerra la vita di Maria Maddalena Rossi conosce profondi sconvolgimenti. Nell’autunno del 1942 il suo appartamento milanese è raso al suolo dai bombardamenti e lei e il marito si trovano sfollati a Bergamo. È proprio qui che viene arrestata con l’accusa di disfattismo e condannata al confino. Dalle carte del Ministero dell’Interno non emerge alcun sospetto verso la sua attività politica clandestina, pertanto non è destinata a un’isola, come Ventotene o Ponza, ma Sant’Angelo in Vado, nell’entroterra marchigiano. Questa esperienza la porta comunque a una drammatica debilitazione fisica, tanto che nella primavera del ’43 viene rilasciata con atto di clemenza. La ritrovata libertà è tuttavia una conquista provvisoria, poiché l’8 settembre la costringe a una nuova, drammatica fuga: la sua abitazione è perquisita dagli agenti della Schutz-Staffel e Maria Maddalena Rossi decide di varcare da sola il confine svizzero, allora preso d’assalto da migliaia di disertori, dissidenti politici, ebrei, gente comune in cerca di una via di scampo dalla morsa nazifascista.
Nella Confederazione il percorso politico di Maria Maddalena Rossi conobbe un significativo sviluppo. Grazie alle proprie conoscenze nell’ambiente accademico e industriale zurighese, ella non fu internata in un campo profughi – come invece accadeva alla stragrande maggioranza di coloro che riuscivano a ottenere lo status di rifugiati – ma poté vivere in regime di semilibertà, proseguendo così l’attività clandestina.

In quanto Paese neutrale in un continente in guerra, le prescrizioni federali in merito erano assai rigide, tanto più che lo stesso partito comunista svizzero era stato dichiarato illegale nel 1940. Ciononostante, il Pcd’I, abituato a operare in condizioni ben peggiori, riuscì a ricostituire la propria rete e Maria Maddalena Rossi entrò a fare parte del Comitato direttivo. Il suo contributo fu principalmente rivolto ad attività di proselitismo ed educazione politica dei connazionali immigrati, attraverso visite ai campi profughi e la redazione di pubblicazioni periodiche, come «L’Appello» e «Italia all’armi!». Tuttavia, ella poté osservare da vicino anche le complesse operazioni di reclutamento e raccolta di armi e risorse a sostegno della lotta partigiana. Senza dubbio, la Svizzera rappresentò per lei una palestra politica fondamentale, il trampolino in grado di proiettarla da semplice militante a quadro di partito.
All’inizio del 1945 i tempi per rientrare in Italia erano maturi. Per lei, la Liberazione corrispose all’inizio di una febbrile attività assistenziale, svolta dapprima nel contesto milanese e, successivamente, nel teatro di Cassino, ove si era consumato uno degli scontri più duri e sanguinosi della campagna d’Italia. Le operazioni militari finalizzate allo sfondamento della linea Gustav avevano prodotto pesanti ripercussioni sulla popolazione civile: infrastrutture e centri abitati erano stati pressoché completamente distrutti, la precarietà delle strade rallentava i rifornimenti, le condizioni igienico-sanitarie ormai compromesse favorivano il proliferare della malaria, che aggravava una situazione già segnata da fame, sfollamento e miseria. Inoltre, il passaggio dei Corps Expéditionnaire Français e del Groupement Mixte Marocain era stato accompagnato da un’ondata di violenze, saccheggi e stupri. Le vittime di aggressioni sessuali si contavano a centinaia e il loro trauma era destinato a protrarsi nel tempo, non solo a causa delle diffuse malattie veneree, ma soprattutto per il persistente stigma sociale, che avrebbe relegato queste donne, vittime delle cosiddette “marocchinate”, ai margini della comunità.
Maria Maddalena Rossi si adoperò inoltre alacremente nell’organizzazione dei cosiddetti “treni della felicità”, convogli che trasportarono centinaia di bambini del basso Lazio verso le campagne del Nord Italia, dove trovarono accoglienza, cibo e cure presso famiglie locali.
Il suo impegno in favore della popolazione cassinese proseguì anche negli anni successivi quando, in Parlamento, si mobilitò per rivendicare adeguati risarcimenti per le vittime di violenza sessuale. In quell’occasione sfidò apertamente il silenzio moralista, riaffermando la specificità di quel crimine e dimostrando piena consapevolezza delle sue profonde implicazioni psicologiche e sociali.
Con l’elezione all’Assemblea Costituente iniziò il suo percorso a Montecitorio, durato fino al 1963. In questa nuova sede, Maria Maddalena Rossi partecipò con passione al dibattito intorno all’articolo 29 – che definiva la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e prescriveva l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi – e all’articolo 106, inerente la nomina dei magistrati. Nel primo caso, si batté affinché non venisse sancito a livello costituzionale il principio di indissolubilità del matrimonio, pur ribadendo che ciò non avrebbe in alcun modo favorito l’immediata introduzione del divorzio. Del resto, era ben consapevole della necessità per il PCI – il “partito nuovo” di Togliatti – di presentarsi come un “partito per famiglie”, capace di rassicurare e di non esporsi agli attacchi della DC con istanze eccessivamente innovatrici. Nel secondo caso, invece, lottò insieme a Teresa Mattei perché la Costituzione affermasse esplicitamente l’ammissione delle donne a tutti gli ordini e i gradi della magistratura. Questa stessa battaglia fu condivisa, benché con strategie in parte diverse, anche dalla democristiana Maria Federici, a riprova di una sensibilità trasversale circa il libero accesso delle donne alle nuove istituzioni democratiche. Ciononostante, il richiamo alla legge ordinaria – presente anche nell’articolo 51 – avrebbe sbarrato loro la strada sino alla legge 66 del 1963.
Le successive tre legislature furono contrassegnate da innumerevoli iniziative parlamentari per il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche della popolazione femminile italiana. Molte di queste furono condivise con le compagne di partito e le deputate socialiste: dalla battaglia per la tutela delle lavoratrici madri a quella per la parificazione dei salari, dalla lotta per l’abolizione del licenziamento per matrimonio a quella per l’istituzione della pensione per le casalinghe. Numerose furono anche le proposte di legge per la riforma del diritto di famiglia: nonostante le prescrizioni della Costituzione, il Codice Civile in vigore continuava a disciplinare le relazioni familiari in modo fortemente gerarchico, a svantaggio delle donne e dei figli nati fuori dal matrimonio. Malgrado gli sforzi, un effettivo mutamento sopraggiunse soltanto con la riforma del 1975.
Maria Maddalena Rossi intraprese anche iniziative notevolmente avanzate rispetto alla morale dell’epoca, tra cui spiccano i suoi progetti di legge per l’introduzione di pratiche mediche per il parto indolore. In particolare, la proposta di diffusione del metodo psicoprofilattico – un approccio volto ad attenuare il dolore attraverso un percorso di preparazione psicologica della gestante – metteva in discussione la radicata associazione tra parto e sofferenza, di matrice biblica, restituendo alla donna il diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo. Tuttavia, tali iniziative rimasero prive di esito, ancora una volta frenate dal conservatorismo culturale prevalente.
Accanto all’impegno per il miglioramento della condizione femminile, Maria Maddalena Rossi sviluppò anche una decisa critica alla politica estera governativa, segnata in quegli anni dalla rottura dell’alleanza antifascista, dall’allineamento della dirigenza democristiana alla leadership statunitense e dal definitivo inserimento dell’Italia nel blocco occidentale. Tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà dei Cinquanta la sua parola d’ordine fu «pace», tanto a Montecitorio quanto nell’Unione Donne Italiane, da lei presieduta dal 1947 al 1956. Non si trattò, tuttavia, di un generico pacifismo umanitario, bensì di una precisa opzione ideologica, saldamente filosovietica. Molte delle iniziative da lei promosse in questa direzione si rivelarono indubbiamente virtuose – in particolare quelle volte alla riduzione degli armamenti e al disarmo atomico. Tuttavia, il rigido allineamento alle interpretazioni sovietiche finì talvolta per tradursi in una lettura miope di alcuni fenomeni, tra cui la progressiva integrazione europea, intesa prevalentemente come un progetto di matrice statunitense piuttosto che come espressione di istanze terzaforziste, benché pienamente filoccidentali. Oltretutto, il pieno coinvolgimento dell’UDI nella “lotta per la pace” finì per ridurre temporaneamente l’impegno dell’associazione in favore dell’emancipazione femminile, per quanto l’ampia capacità di mobilitazione raggiunta attorno a questi obiettivi rappresentasse un’importante conquista in termini di partecipazione politica e di visibilità pubblica delle donne. Del resto, per lungo tempo Maria Maddalena Rossi e le sue compagne di partito concepirono l’emancipazione soprattutto come spinta a uscire dalla sfera privata, trascurando in parte la dimensione personale e relazionale dell’esperienza femminile.
La fine della sua parabola parlamentare non coincise con l’abbandono dell’attività politica: Maria Maddalena Rossi proseguì infatti il proprio impegno a livello locale, nell’amministrazione di Portovenere, dapprima come assessora ai lavori pubblici e successivamente come sindaca, dal 1970 al 1975. In questa veste si fece promotrice di un nuovo piano regolatore generale, particolarmente avanzato rispetto agli standard dell’epoca. Di fronte alla speculazione edilizia galoppante, che aveva progressivamente eroso il paesaggio costiero ligure, l’amministrazione Rossi seppe elaborare un efficace strumento di controllo, capace di porre un freno al mercato delle seconde case e di privilegiare forme più equilibrate di edilizia economica e popolare. Ciò dimostra come, anche in ambito locale, ella seppe tradurre il suo profondo senso di impegno politico e civile in una pratica di governo rigorosa e orientata all’interesse collettivo.
Riscoprire la figura di Maria Maddalena Rossi significa dunque molto più che colmare una lacuna storiografica: vuol dire restituire complessità a una stagione decisiva della storia repubblicana e riconoscere il contributo di una protagonista capace di muoversi, con autonomia e rigore, tra militanza, istituzioni e governo locale. La sua vicenda infrange schemi consolidati, mette in discussione narrazioni semplificate e invita a ripensare il ruolo delle donne nella costruzione della democrazia italiana non come presenza accessoria, ma come forza attiva, consapevole e trasformativa.
