Un No largo e sereno. E unitario. Questa la prima impressione osservando dal palco (e sotto il palco) Piazza del Popolo, alla fine gremita e sotto gli ombrelli, ad ascoltare gli appelli per il No al referendum di domenica e lunedì. E mi è tornata in mente la bellissima manifestazione di “se non ora quando” del 2011. Ieri la difesa della dignità delle donne e l’affermazione della loro centralità, oggi la convinzione e la consapevolezza di uno snodo vitale per la difesa della Costituzione e con essa della democrazia nel nostro paese.
Complice anche la partecipata e sapiente conduzione di Cirri e Tobagi, si respirava una bell’aria, frutto dall’incontro, in questa campagna referendaria, tra i partiti del centrosinistra e l’arcipelago della società civile che si riconosce nei valori fondanti della nostra Repubblica. Il No ha fatto cadere, non so quanto in modo cosciente e durevole, un muro, una separazione, una circospezione reciproca tra associazioni, organizzazioni sindacali, movimenti dal basso e la rappresentanza delle forze politiche organizzate. Perché negare le tante, troppe volte che i due mondi non si sono parlati, capiti, mossi di comune accordo? Anzi spesso l’un contro l’altro: la politica e i partiti avvertiti come ostili, zavorra per il cambiamento. E i movimenti e le associazioni considerati come truppe di complemento, costretti a loro volta a rifugiarsi in un’autocelebrata separatezza identitaria.
Ebbene, almeno stavolta, ognuno ha fatto la sua parte e se la “remuntada” andrà a buon fine, sarà merito di tutti e tutte. Nessuna diffidenza ma un comune sentire che si è sviluppato senza bramosie di visibilità o sofferenze minoritarie. Si è capito come il No, e sia la piazza che i discorsi dal palco lo stanno a testimoniare, non avesse padri, padrini e padroni, ma fosse cresciuto, giorno dopo giorno, come patrimonio collettivo e inclusivo. Un No all’ennesimo tentativo di manomissione della Costituzione da mettere in connessione con le altre nefandezze che conosciamo bene, frutto della torsione autoritaria di questa compagine governativa: autonomia differenziata, decreti securitari, nuova legge elettorale e premierato come ciliegina sulla torta dei pieni poteri.
Un No che si è consolidato portandosi dietro un clima nuovo di fiducia e di speranza. Aspettiamo lunedì, con tutto l’ottimismo della volontà di cui disponiamo, ma come non accorgersi di quel che è successo sul versante della opposizione, politica e sociale, che ha denunciato e marciato davvero unita come poche altre volte contro questa destra tanto arrogante quanto inetta e pericolosa. Il No ha fatto incontrare pezzi di società, penso ai magistrati, ai giuristi, a tanti accademici (ma anche agli artisti, agli uomini e donne della cultura e dello spettacolo) poco abituati ai palchi e alle manifestazioni di protesta. Vicino a loro tanti sindaci impegnati in prima persona nella difesa della indipendenza e dell’autonomia della magistratura. Dalla stessa parte, parlamentari stanchi di veder svilire di settimana in settimana il proprio ruolo da oltre cento voti di fiducia e da una maggioranza che, di fatto, ha già modificato, in peggio, il rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo. In sintesi: questo referendum, passaggio cruciale e forse senza appello per la nostra democrazia (sappiamo bene cosa comporterebbe la vittora del Si), ha portato alla ribalta un popolo del No unito nella volontà di testimoniare un nuovo impegno per raccogliere le istanze espresse da chi si sente sempre meno rappresentato nella difesa dei propri diritti e nella rivendicazione di nuovi spazi di libertà.
Un No chiaro, forte, convinto, dicevamo soprattutto unitario, con alle spalle i principi di pace, uguaglianza e equilibrio dei poteri così come sono stabiliti dalla Carta, tanto per essere chiari.
