Giornalismo sotto attacco in Italia

Introduzione alle conferenze clandestine di Peter Thiel a Roma

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Se Peter Thiel fosse soltanto un intellettuale eccentrico, affascinato dall’Anticristo, dal katechon e dalla fine del mondo, le sue conferenze non farebbero notizia né sarebbero avvolte da tanta riservatezza, e le sue teorie millenariste resterebbero poco più che una curiosità per specialisti; ma Thiel è un imprenditore multimiliardario, cofondatore di Palantir e parte attiva dell’apparato militare-digitale degli Stati Uniti, oltre che mentore e grande finanziatore politico di J.D. Vance, l’attuale Vicepresidente: ed è questa saldatura tra denaro, potenza e visione del mondo a trasformare le sue metafore apocalittiche in un fatto politico. 

Thiel non si limita a interpretare il mondo, contribuisce anche a costruirne alcuni strumenti decisivi, soprattutto nella raccolta dei dati, dell’intelligence e dell’AI applicata alla guerra. Palantir, da lui cofondata, è ormai profondamente inserita nell’ecosistema militare e della sicurezza statunitense. 

Sul piano intellettuale, Thiel muove da una diagnosi precisa: l’Occidente vivrebbe da anni una fase di stagnazione materiale. Secondo lui, negli ultimi cinquant’anni, l’ unico vero progresso si è manifestato nel mondo dei “bit” – software, reti, servizi digitali, AI – mentre il mondo degli “atomi”, cioè dell’energia, dell’industria manifatturiera, della medicina e della biologia, delle conquiste spaziali, è rimasto sostanzialmente al palo, con risultati inferiori alle promesse e alle aspettative del secondo Novecento. Da qui deriva la sua insofferenza per un capitalismo che, a suo giudizio, si adagia su piattaforme informatiche, rendite e ottimizzazioni di procedure esistenti, invece di puntare su salti tecnologici e strategici.

Da questa diagnosi discende la sua polemica contro la democrazia liberale. Nel saggio del 2009 The Education of a Libertarian, Thiel scrive esplicitamente di non credere più compatibili libertà e democrazia; aggiunge che l’aumento dei beneficiari del welfare e l’estensione del suffragio femminile hanno reso la “democrazia capitalista” un ossimoro. Più tardi precisò di non voler togliere il voto alle donne, ma il punto restava intatto: ha poca fiducia nel suffragio di massa, nella politica parlamentare e, più in generale, nella capacità della mediazione democratica di produrre decisioni all’altezza delle sfide storiche. Il suo bersaglio, insomma, non è solo questo o quel governo, ma l’idea stessa che il demos, con i suoi tempi lenti, i suoi compromessi, le sue regole e i suoi veti, possa guidare una civiltà in una fase di crisi. 

L’alternativa, però, secondo Thiel, non è il libero mercato nel senso classico del termine. È piuttosto un capitalismo della concentrazione. Se, come ha scritto, “la competizione è per i perdenti”, allora il monopolio non è una degenerazione del mercato, ma la sola forma economica che consente di finanziare ricerca di lungo periodo, innovazione radicale e capacità decisionale. In questo schema, l’Antitrust non è una garanzia per il mercato  ma un freno; e lo stesso vale, per estensione, per tutti quei vincoli — legislativi, regolatori, ambientali, procedurali, multilaterali — che ai suoi occhi trasformano la prudenza in paralisi. Ne esce un orizzonte più oligarchico-tecnocratico che liberale in senso classico: meno discussione parlamentare, meno fiducia nella politica rappresentativa, più spazio e finanziamenti a pochi imprenditori creativi, a grandi imprese capaci di concentrare capitale e ricerca, a esperti in grado di decidere in fretta. Altro che Stato minimo di Robert Nozick”: Per Thiel lo Stato è il Leviatano, una miscela di politica coercitiva, interferenza sulla libertà individuale e regolazione che frena innovazione e iniziativa imprenditoriale.

Il paradosso è che l’antistatalismo di Thiel finisce per mettersi al servizio dello Stato più potente del mondo. Thiel diffida della politica ordinaria, ma Palantir è sempre più legata all’apparato militare americano a cui vende software, dati e strumenti di intelligenza artificiale destinati anche alle esigenze della guerra. 

Si dirà: gli affari sono affari. E che il vero nemico, per Thiel, non è lo Stato americano, ma lo Stato mondiale — l’ONU, il WTO, il FMI, La Corte Internazionale di Giustizia – cioè quell’insieme di istituzioni che incarnano il multilateralismo, il diritto internazionale e la reciproca legittimazione tra regimi politici e civiltà. In questa prospettiva, l’America di Trump, proprio perché contesta quel quadro e rilancia senza schermi la supremazia dell’Occidente, diventa per Thiel non un avversario ma un alleato: il croupier che fa saltare il banco.

Su questo impianto politico Thiel innesta poi un lessico millenaristico. Anticristo, nel suo uso, non è tanto la figura da catechismo della fine dei tempi, quanto il potere che si presenta come salvatore universale e promette “pace e sicurezza” proprio mentre concentra comando e sorveglianza. Armageddon è la catastrofe finale: guerra nucleare, pandemie, collasso tecnologico, AI fuori controllo. Katechon, invece, è il “freno”: la forza che trattiene il disastro e rinvia l’avvento di un potere totale. La sua idea è che il vero impostore non arrivi predicando guerra, ma invocando pace universale; non con la bandiera del dominio, ma con quella della distensione, dell’emergenza climatica, della prevenzione delle pandemie, della governance globale. In questa chiave, l’ONU o altre forme di coordinamento sovranazionale rischiano di apparire non come argini alla violenza, ma come gradini di un unico “Stato Mondiale”. Thiel non nega che esistano rischi reali; teme però che vengano sbandierati per giustificare un governo mondiale sostenuto da un apparato di controllo e di polizia così potente da sorvegliare tutto e tutti. 

Sarebbe quasi una cattiveria, oltre che una forzatura, paragonare Thiel a Kissinger solo perché entrambi di origine tedesca e poco più. Kissinger perseguì gli interessi dell’America con cinismo, ma dentro una visione del mondo ancora politica: equilibrio delle potenze, riconoscimento reciproco delle sovranità, negoziato. Thiel sta all’estremo opposto: non parla la lingua della strategia, ma quella dell’apocalisse. E forse non c’è prova più netta del declino intellettuale dell’Occidente, e dell’America in particolare, di questo passaggio da Kissinger ad Anticristo, katechon e Armageddon.


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