Come ha scritto Vincenzo Vita, nella sua rubrica sul Manifesto e sul nostro sito, il problema di Theodore Kyriakou, nuovo proprietario di Repubblica dopo la fuga di Elkann, non è tanto l’acquisto in sé quanto la semantica dell’operazione. Ricapitolando: John Elkann, nipote americano dell’Avvocato, da sempre privo di legami sentimentali con il nostro paese e improntato a un capitalismo di stampo trumpiano, che non a caso coincide alla perfezione con quello dei vari padroni della rete (il nostro, per dire, fa parte del CDA di Meta), ha deciso di abbandonare l’Italia pressoché in ogni ambito, a cominciare da quello dei media, ritenuti ormai poco redditizi. Del resto, “Jaki”, come viene chiamato affettuosamente dagli amici di vecchia data, sa molto di finanza ma gar vivere e fiorire le aziende non è il mestiere suo: se così non fosse, non si sarebbe lasciato sfuggire l’acquisto del giovane “Kimi” Antonelli per puntare, per quanto riguarda la Ferrari, su un campione ormai al canto del cigno come Hamilton. E tralasciamo, per carità di patria, le sorti della Juventus, ormai nobile decaduta del calcio italiano dopo essere stata, dell’avvento della famiglia Agnelli in poi, un punto di riferimento per tutte l’intera Serie A e per la Nazionale, la cui crisi decennale va ricercata anche nella decadenza della Vecchia Signora.
Tornando a Repubblica, la cessione della testata, per giunta nel giorno in cui si è celebrata la vittoria del NO al referendum, così da non dare nell’occhio, era nell’aria da tempo, al pari di quella della Stampa, e ci vien voglia di dire che sia stato un bene, specie se si considera lo scarso interesse degli ex proprietari per le sorti dei due quotidiani. Il punto, ribadiamo, è la semantica dell’operazione. Un editore, infatti, ha tutto il diritto di cambiare un direttore o anche di stancarsi di investire in un’attività considerata poco redditizia; peccato che qui sia in ballo la qualità stessa della democrazia, oltre che la vita e lo stipendio di centinaia e centinaia di dipendenti, fra giornalisti, poligrafici e amministrativi. Non solo: sono in gioco anche la storia e il prestigio di una galassia mediatica che ha innovato il linguaggio e il modo di raccontare la società italiana, mi riferisco in particolare a Repubblica, e non puo essere declassato a giornale qualunque, un foglio tra i tanti che si trovano nelle poche edicole rimaste. La Repubblica di Scalfari e Caracciolo, ma anche quella di Mauro e De Benedetti, proprio come le testate locali del Gruppo Espresso, per non parlare dello storico settimanale che per decenni ha contribuito a rendere migliore l’Italia attraverso inchieste memorabili, meritorie campagne referendarie e il coinvolgimento attivo del meglio della cultura nazionale e internazionale, quest’universo valoriale costituisce un patrimonio che appartiene innanzitutto a noi, suoi appassionati lettori e lettrici. E non può essere consegnato, come se niente fosse, nelle mani di un tizio che non ha problemi a sostenere, di fatto, Trump e a fare affari con bin Salman (mai dimenticarsi del caso Khashoggi), privando una comunità della sua voce e del suo intellettuale collettivo. Ecco, volendo scomodare Gramsci, possiamo dire che il Gruppo Espresso è stato “l’intellettuale collettivo” di chi si è sempre opposto ai poteri forti e marci che pretendevano di dettar legge e rovesciare governi sgraditi, persino con azioni golpiste (lo scandalo del SIFAR rivelato da Scalfari e Jannuzzi rappresenta, tuttora, un esempio di cosa dovrebbe essere sempre il giornalismo d’inchiesta), di chi ha abbattuto nelle urne il bigottismo di classi dirigenti codine e conservatrici, di chi si è battuto per un riformismo autentico e nell’interesse della cittadinanza, di chi non ha mai accettato la pretesa dei governanti di trasformarsi in satrapi, di chi ha detto no al berlusconismo e alla sua vasta schiera di corifei e di chi oggi vorrebbe contrastare la nuova egemonia trumpiana e muskiana, difendendo la democrazia dall’assalto tecnofeudale di un’oligarchia che ha nel pensiero critico e nelle Costituzioni del dopoguerra i propri bersagli. Quanto alla Stampa, parliamo del giornale su cui ha trovato ospitalità il meglio del pensiero liberale e azionista del nostro Paese: i discendenti di Gobetti, per intenderci, capaci di dialogare e interloquire a testa alta anche con la real casa agnelliana e di ispirare svolte decisive come la nascita del centrosinistra nei primi anni Sessanta.
Come si pone, dunque, il magnate greco nei confronti di questa eredità? Quali garanzie occupazionali offre? Un discorso analogo va posto al gruppo SAE (acquirente della Stampa), senza pregiudizi ma senza nemmeno abdicare al nostro ruolo di osservatori del presente, per nulla disposti a piegarci agli interessi di chicchessia e sempre pronti a difendere la democrazia e la Costituzione.
Perché vedete, cari nuovi proprietari, a noi non basta accendere la radio e ascoltare distrattamente Radio Capital e le altre radio del gruppo che tanto vi hanno fatto gola, come non ci basta recarci in edicola o leggere sul tablet una testata chiamata Repubblica o La Stampa: noi vogliamo avere la certezza di avere nelle orecchie e fra le mani il nostro bene più prezioso, la libertà d’informazione, con tutto ciò che esso comporta. Non ci basta lo scheletro esangue dei gloriosi giornali che furono: vogliamo la polpa, la carne e il sangue di una realtà della quale avvertiamo, più che mai, il bisogno. E vogliamo continuare a sentircene parte, essendo cresciuti grazie a questi figli della Costituzione anti-fascista, degli ideali resistenziali e del progetto di modernizzare il Paese senza snaturarlo. Rivendichiamo, infine, persino il diritto di arrabbiarci e criticarli quando secondo noi sbagliano o siamo in disaccordo, perché un amore maturo è fatto così e non siamo disposti a rinunciarvi.
Signor Kyriakou, signori della SAE, ancora una volta, non saremo indifferenti. Siete pronti ad accettare la sfida?
