Giornalismo sotto attacco in Italia

Il calo delle accise: una mancetta in cambio del SI’

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‘Un voto in più val bene una mancetta da 25 centesimi’ deve aver pensato Giorgia Meloni, probabilmente senza neppure immaginare di adattare a sé la celebre frase di Enrico Navarra (‘Parigi val bene una messa’) che nel’500 divenne il primo re di Francia del ramo Borbone.
La storia no, ma, da politica consumata, conoscendo il validissimo valore che ha il voto di scambio, ha immaginato quale utile rientro elettorale avrebbe potuto ricavare decidendo di abbassare le accise sui carburanti proprio alla vigilia del voto referendario. Ma con una precisazione, per evitare agli utenti inutili entusiasmi: soltanto per venti giorni. Venti, perché una durata inferiore avrebbe potuto ingenerare dubbi e sospetti.
Non so se cosciente o meno, la presidente del consiglio ha rispolverato una prassi che negli anni 50-60 visse la sua stagione trionfante grazie al potentissimo Achille Lauro, armatore napoletano, prima fascista, poi democristiano, infine monarchico, nonché padrone del Napoli Calcio che nel 1962 vinse una Coppa Italia.
Uomo che, evidentemente, sapeva mantenere le promesse e per questo era creduto, prima del voto procedeva con due tecniche distinte: la prima era la promessa di un chilogrammo di pasta a chi avesse indicato il suo nome nell’urna. La seconda, molto più appetibile: una scarpa, la sinistra, prima delle votazioni, la destra subito dopo l’esito degli scrutini. Per varie stagioni ottenne risultati inarrivabili da qualunque altro concorrente.
Quale promessa post elettorale potrà mantenere Giorgia Meloni se il SI’ prevarrà al termine dello spoglio delle schede lunedì prossimo? Certo non il prolungamento del periodo di riduzione delle accise perché le costerebbe troppo nel taglio degli interventi di spesa sul welfare, già pesantemente applicato per incrementare i miliardi messi a disposizione dell’industria delle armi. La dimostrazione di gratitudine verso quanti dimostreranno di credere alle sue promesse sarà un’ulteriore stretta sui meccanismi di costruzione di uno stato autoritario già progettati, come il premierato, i decreti sicurezza, la nuova legge elettorale.
Quale strada, sempre più difficile, dovremo imboccare da sinceri democratici formati e cresciuti nel pieno rispetto della Costituzione. Un’opposizione senza quartiere allo smantellamento della Repubblica Democratica per come l’abbiamo conosciuta e nella quale abbiamo creduto da 80 anni per evitare che lo Stato costruito sui controlli incrociato tra i poteri finisca nelle mani del solo Potere Esecutivo.
Ecco perché non possiamo consentire che la prima tappa di quel percorso autoritario sia rappresentata da questo referendum che mai si sarebbe dovuto tenere, per come è stato pensato, votato, approvato da una sola parte politica. Davvero si può pensare che un SI’ di pochi italiani possa cancellare lo stupendo lavoro fatto per due anni dai 556 padri e madri costituenti, delle più diverse convinzioni politiche, ma senza alcun rapporto politico, culturale, umano con chi ha voluto dare un primo colpo di maglio a quella Carta Costituzionale? Hanno detto un cumulo di bugie per nascondere questa verità. Per questo andiamo determinati a votare NO.


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