C’è un’immagine, nel nuovo capitolo della saga di Walter Veltroni edito da Marsilio, “Buonvino e l’omicidio dei ragazzi” (213 pp., 15 Euro), che toglie il fiato e rimane impressa come un monito doloroso: il cadavere di un’adolescente, Ludovica, 16 anni appena, ritrovato legato all’orologio ad acqua di Villa Borghese che con il suo meccanismo l’ha strangolata. È un contrasto lacerante. Da una parte la perfezione del meccanismo che segna il tempo, dall’altra un tempo che si è fermato nell’orrore più efferato.
Con questo sesto appuntamento, la saga di Giovanni Buonvino raggiunge una profondità nuova. Se nei primi capitoli il Commissario di Villa Borghese aveva conquistato i lettori per la sua apparente fragilità e il suo legame quasi simbiotico con la bellezza di Roma, qui Veltroni alza l’asticella del dolore, mettendo alla prova la tenuta etica del suo protagonista. Buonvino non è più solo un poliziotto che risolve enigmi tra i viali del Pincio; è diventato un testimone. Il sesto capitolo della serie segna il momento in cui la narrazione smette di essere ‘solo’ un giallo e si trasforma in un’antropologia del presente.
L’orrore che lega l’adolescente all’orologio ad acqua non colpisce solo la vittima, ma scuote le fondamenta di quella ‘famiglia allargata’ che è la squadra di Buonvino. E mentre la trama procede con il ritmo serrato del miglior poliziesco, è lo sguardo di Veltroni — colto, malinconico eppure mai rassegnato, nonostante la cronaca quotidiana ci consegni brandelli di un’umanità smarrita — a guidarci. Ed è così che Buonvino diventa, a tutti gli effetti, il nostro Virgilio.
Proprio come la guida dantesca, il commissario di Villa Borghese non attraversa l’inferno della contemporaneità con la spavalderia dell’eroe senza macchia, ma con la passione dell’uomo giusto. Accompagnato dalla solidità affettiva della moglie e collega Veronica Viganò e dai suoi — un manipolo di anime irregolari ma autentiche — Buonvino scende nei gironi di una violenza che colpisce i più fragili, gli adolescenti, le sentinelle del nostro futuro. E nella ricerca della verità si ritroverà proiettato in un abisso che sembra non avere fondo.
La forza della scrittura di Veltroni risiede tutta in questa ‘resistenza del cuore’. Mentre l’indagine si dipana tra i viali del parco e i vicoli della Capitale, scoprendo un orrore che pare senza fine, Buonvino oppone alla ferocia il potere dell’ascolto, della memoria e della pietas. Non è un uomo d’azione nel senso classico; è un uomo di riflessione che sa che ogni delitto è una ferita al corpo collettivo della società.
Leggere quest’ultima fatica di Veltroni significa accettare di guardare il male negli occhi, ma con la certezza di avere accanto una mano ferma. Buonvino ci sussurra che, anche quando l’oscurità sembra prevalere, esiste ancora una grammatica del bene, fatta di piccoli gesti, di giustizia cercata senza sosta e di un amore, quello per Veronica e per la verità, che funge da unico, vero scudo contro la barbarie.
Un libro commovente e necessario, che ci ricorda che essere ‘giusti’ non è un traguardo, ma un cammino faticoso da compiere ogni giorno, anche quando l’orologio dell’umanità sembra essersi inceppato sotto il peso dell’orrore.
