Anche in Libano prosegue la stessa strategia utilizzata dall’esercito israeliano a Gaza: bombardare postazioni di giornalisti, colpire auto di reporter, mirare ai giornalisti freelance nel Sud del Libano per evitare che documentino una probabile invasione del Sud. Tre giornalisti libanesi, tra cui Ali Shoeib, corrispondente di punta dell’emittente pro-Hezbollah Al-Manar, sono stati uccisi sabato in Libano in un attacco che ha colpito la loro auto nella regione di Jezzine, nel sud del Libano, secondo una fonte militare e i media per cui lavoravano. L’esercito israeliano ha inizialmente affermato di aver ucciso Ali Shoeib, che definisce un membro della forza Radwan, unità d’élite di Hezbollah, operante «sotto la copertura di un giornalista» e che, secondo loro, individuava le posizioni dell’esercito israeliano nel sud del Libano.
Oltre a questo corrispondente di guerra di lunga data di Al-Manar nel sud del Libano, sono stati uccisi la giornalista di Al-Mayadeen, emittente anch’essa vicina a Hezbollah, Fatima Ftouni, e suo fratello, il cameraman Mohammed Ftouni. Il presidente libanese, Joseph Aoun, ha definito questo attacco un «crimine flagrante» e il primo ministro, Nawaf Salam, ha denunciato «una flagrante violazione del diritto internazionale umanitario». «Questi atti rientrano nella categoria dei crimini di guerra», ha tuonato il ministro dell’informazione, Paul Morcos. Anche il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi , ha condannato l’attacco come una flagrante violazione del diritto internazionale. Non è la prima volta che i giornalisti di queste due emittenti sono presi di mira dall’esercito israeliano. Nell’ottobre 2024, tre reporter, due di Al-Mayadeen e uno di Al-Manar, erano stati uccisi in un attacco israeliano. E nell’ottobre 2023, un attacco ha ucciso il videomaker dell’agenzia Reuters, Issam Abdallah, e ferito altri sei giornalisti, tra cui due dell’Agence France-Presse, Dylan Collins e Christina Assi, a cui è stata amputata la gamba destra.
A causa dei bombardamenti aerei e delle restrizioni sempre più severe sull’accesso al territorio, il lavoro di cronaca diventa ogni giorno più difficile per i giornalisti in Libano. Le condizioni di lavoro nel paese sono notevolmente peggiorate da quando l’esercito israeliano ha intensificato la sua offensiva in risposta agli attacchi missilistici del gruppo armato filo-iraniano Hezbollah, nel contesto della guerra tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. “In Libano, i professionisti dell’informazione svolgono una missione cruciale nel riferire sulla guerra in corso nella regione, che ora sta avendo ripercussioni sul paese. Limitare l’accesso dei giornalisti sul campo equivale a spegnere le luci, facilitando i crimini di guerra e permettendo che un’invasione israeliana del Libano si svolga nel buio più totale” ha detto Jonathan Dagher, responsabile della redazione RSF per il Medio Oriente. “Il rischio è che ci siano attacchi senza preavviso”, teme Edmond Sassine, corrispondente del canale qatariota Al Araby, che opera nel sud del Paese dall’inizio della guerra. “Un giorno sono andato a seguire un attacco e 40 minuti dopo ce n’è stato un altro, proprio accanto a noi, senza alcun preavviso.” Elissar Kobeissi, corrispondente di RSF in Libano, lo dice senza giri di parole: «Gli attacchi sono mirati a colpire proprio accanto ai giornalisti per impedire loro di avvicinarsi e documentare».
