C’è un lungo capitolo di storia argentina che è anche sudamericana e dell’intero Occidente, nelle ragioni del milione e oltre di manifestanti, davvero una moltitudine incontenibile, pacifica ma tutt’altro rassegnata, scesa il 24 scorso per le avenidas di Buenos Aires a rivendicare la propria identità attraverso quella dei 30 mila desaparecidos, vittime della dittatura militare (1976-83). E’ infatti la loro condizione di cittadini portatori di valori e titolari di diritti che l’attuale governo del presidente Javier Milei nega, ipoteca e recide con una torbida politica di privatizzazioni dubbiose, indebitamento abnorme e scandalose corruttele. In subalterna sintonia con il credo del suo nume tutelare Donald Trump, che al netto dei quotidiani voltafaccia e intemperanze, sembra muoversi più o meno consapevolmente tra un neo-nichilismo nietzciano e un marinettismo futurista, proteso a distruggere il senso comune per affidarsi a un nuovo bellicismo “igiene del mondo”. Per negare in ogni modo il principio d’eguaglianza di tutti gli esseri umani, quindi l’essenza stessa del cristianesimo e dell’illuminismo (per ormai sorpassato che possa essere considerato), dell’umanesimo.
Quella folla argentina che a distanza di 50 anni straripa una volta ancora in plaza de Mayo, in un turbine di bandiere e nel frastuono dei tamburi, malgrado le vecchie e recenti repressioni, è memoria viva e tumultuante. Non può dimenticare l’industrializzazione manifatturiera che portò alla modernizzazione peronista, pur lasciandone ambiguamente in ombra la natura e le pratiche autoritarie. Né appare in grado, oggi che quel modello in quanto spina dorsale d’una economia risulta di fatto esaurito, in Argentina e altrove, di suggerire alternative di sistema. Ma proprio dalla debolezza che immediatamente gliene deriva, trae la ispirazione a ricercare nell’intrinseco valore della persona in quanto tale la ragione e la forza per rivendicare il diritto alla vita, contro ogni amor fati. Per cui il rinnovato impegno dell’Equipo Argentino de Antropologia, del Museo de Antropologia, delle Madres de la plaza de Mayo e tutte le organizzazioni che da decenni ne accompagnano il lavoro di ricerca, ad ampliare la documentazione dei crimini del regime militare che ha preceduto il cinquantenario del golpe. Contro il governo Milei che vorrebbe indultare i militari condannati per le più abiette violazioni dei diritti umani nell’unico processo regolare mai imputato a una dittatura dalla democrazia che le è succeduta.
La sua idea (meglio, l’idea che i militari revanscisti gli suggeriscono e lui fa propria) non è certo nuova: ridurre gli innumerevoli e sistematici crimini della dittatura documentati nelle aule di giustizia ad “eccessi” da attribuire essenzialmente all’arma della marina dell’ammiraglio Emilio Massera, massimo esponente dichiarato della Loggia P2 in quell’Argentina. Per capovolgere tempi e ruoli, responsabilità e dimensioni delle diverse parti nella tragedia, derubricando in tal modo il terrorismo di stato a dovuta, inevitabile risposta all’insorgenza armata delle guerriglie. Dimenticando la catena di interventi delle forze armate che hanno stravolto gli equilibri politici e sociali con i continui rivolgimenti delle legittime istituzioni nazionali fin dal 1930 e infine nel 1976. Quando arresti, torture e uccisioni sono diventati strage e sterminio. Sommano ad almeno 504 i neonati sequestrati insieme alle madri o da queste partoriti in prigionia, ridotti -madri e figli- a un bottino di guerra. I militari delle centinaia di Centri di Detenzione Clandestini (CDC) sparsi per tutto il paese se ne sono appropriati per affidarli poi a compagni d’arme o persone amiche che ne facevano richiesta. Le Abuelas, l’associazione delle nonne presieduta da Estela Carlotto ne ha finora recuperati 140, spesso dopo sorprendenti vicissitudini.
Sui 30mila desaparecidos non si è mai completamente dissolto il velo del dubbio da parte di una certa, pur ridotta opinione pubblica, a cui il numero denunciato sembra eccessivo. A questa, i familiari degli scomparsi, le organizzazioni di difesa dei Diritti Umani, le persone più avvertite pongono in primo luogo una domanda di principio: se anche fossero 3mila o trecento, forse non vi sarebbe delitto? Per oltre 18mila, comunque, è disponibile ormai da decenni una documentazione in gran parte ricavata dalle stesse fonti militari argentine, ritenuta sufficiente e resa pubblica da servizi del Dipartimento di Stato di Washington, oltre che da enti pubblici, ecclesiali e di numerose facoltà statistiche e gruppi di ricerca di università sudamericane, degli Stati Uniti ed europee. Per i 12mila restanti, per cause diverse l’identificazione è variamente incompleta o del tutto assente. Numerosissimi erano i sudamericani di paesi limitrofi: studenti, rifugiati politici, immigrati, boliviani, cileni, uruguaiani, paraguayani, brasiliani, in grande maggioranza senza vincoli familiari, con rapporti sociali limitati, documenti provvisori, scaduti o sostanzialmente irregolari. I corpi bruciati o gettati in mare dagli aerei. Ricostruirne l’identità è un’impresa a dir poco ardua (oltre che economicamente assai costosa).
“Io cresciuto con Videla/ io nato innocente/ io combattente per la libertà/ che non riesco a ottenere…”, cantano con il celebre Charly Garcia molti dei giovani nei cortei che attraversandola interrogano la città, con il sentimento di attesa del giardiniere che innaffia il proprio giardino. Sono loro ad aver lanciato da qualche mese e portato in piazza la nuova sfida: dimostrare -ipoteticamente- che ben più di 30mila, i desaparecidos potrebbero essere stati 50mila. Un calcolo aritmeticamente congruo, basato sul numero dei repressori, le loro capacità logistiche e tecniche di annientamento messe in atto in episodi resi noti, le rare confessioni che hanno lacerato nel tempo il silenzio da congiurati della quasi totalità degli incriminati. A costoro i giovani manifestanti lasciano l’onere della prova materiale: che parlino, che dicano dove stanno i desaparecidos… E’ un duello non esente da retorica, ma in cui i provocatori innalzano il vessillo dell’etica. In cui s’intravvede una redenzione solo per quanti scelgono di partecipare al confronto di verità per scongiurare una nuova tragedia.
