Giornalismo sotto attacco in Italia

8 marzo: il giorno in cui il patriarcato ci dice che è tutto a posto

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Ogni anno l’8 marzo arriva puntuale con il suo corredo di gesti automatici: mimose, slogan, congratulazioni collettive. È il giorno in cui si ribadisce che la parità, tutto sommato, è stata raggiunta. Una frase che funziona come scorciatoia: evita di guardare dati, politiche, pratiche quotidiane. Per ventiquattr’ore si celebra “la donna” come categoria astratta; il resto dell’anno, alle donne reali, si chiede di giustificarsi, contenersi, adattarsi. L’applauso è riservato a un femminile innocuo, collaborativo, riconoscente e tutto il resto viene letto come eccesso.

Se si esce dalla ritualità e si osserva il quadro complessivo, il segnale è chiaro: siamo dentro una fase di arretramento sui diritti delle donne. Non dichiarato, non urlato, ma costante. Non passa attraverso grandi strappi, bensì tramite piccoli spostamenti: una norma svuotata, un servizio trasformato, una parola cambiata. La regressione oggi non si presenta come attacco frontale, ma come ragionevolezza. Si chiama tutela, tradizione, equilibrio. È potere che si esercita rendendosi invisibile. Simone de Beauvoir lo aveva scritto con lucidità: i diritti delle donne sono sempre i primi a essere negoziati nei momenti di crisi. Oggi quella crisi non è un evento: è una condizione permanente.

Il corpo femminile resta il punto di partenza: il diritto all’aborto continua a esistere formalmente, ma viene eroso nella sua applicazione concreta, l’obiezione di coscienza non è più un’eccezione ma un sistema, i consultori, pensati come spazi di autodeterminazione e salute pubblica, vengono progressivamente snaturati, trasformati in luoghi di persuasione morale. Non si proibisce, si scoraggia; non si vieta, si rende difficile. La libertà resta sulla carta, ma si perde nei tempi di attesa, negli sguardi giudicanti, nelle informazioni parziali.

La maternità torna a essere trattata come destino, non come scelta e questo processo trova un’eco evidente nella politica italiana contemporanea. Il discorso pubblico istituzionale parla sempre più spesso di “valorizzazione della maternità” e di “centralità della famiglia”, ma raramente affronta il nodo dell’autonomia delle donne. L’idea di tutela si sostituisce a quella di autodeterminazione: la maternità viene incoraggiata, sostenuta simbolicamente, celebrata nei discorsi ufficiali; molto meno sostenuta nelle politiche concrete che permetterebbero alle donne di scegliere davvero, senza pagare un prezzo economico o professionale.

Negli ultimi anni il lessico politico ha recuperato con insistenza la nozione di famiglia tradizionale come modello normativo. Non si tratta soltanto di una preferenza culturale: è una visione che orienta le priorità legislative e il modo in cui vengono distribuite risorse e attenzione pubblica. Quando la famiglia viene definita soprattutto come luogo naturale di cura, ciò che resta fuori dal discorso è il lavoro invisibile che quella cura comporta. E quel lavoro continua a essere svolto, in larga parte, dalle donne. Gratuitamente.

La contraddizione è evidente: da un lato si celebra il successo simbolico di avere una donna alla guida del governo, dall’altro il dibattito politico continua a trattare i diritti di genere come una questione marginale o ideologica. La rappresentanza femminile al vertice viene spesso usata come prova implicita che il problema della disuguaglianza sia superato. Ma la presenza individuale non modifica automaticamente le strutture. Anzi, rischia di diventare un alibi: se una donna è arrivata al potere, allora il sistema funziona. Tutto il resto diventa invisibile.

In parallelo si rafforza un racconto insistente sulla cosiddetta famiglia tradizionale. Un racconto che non è neutro e serve a rilegittimare una divisione dei ruoli in cui la cura torna a essere una responsabilità privata, prevalentemente femminile. I dati sull’occupazione parlano chiaro: in Italia il lavoro delle donne è fragile, discontinuo, penalizzato dalla maternità. Non è una coincidenza, è una struttura. L’uscita dal mercato del lavoro viene spesso presentata come preferenza individuale, mai come conseguenza di politiche assenti. La rinuncia viene narrata come vocazione innata.

Anche il modo in cui la politica affronta la violenza di genere rivela questa ambivalenza. Ogni femminicidio genera dichiarazioni solenni, promesse di intervento, minuti di indignazione pubblica. Ma le politiche strutturali — educazione affettiva nelle scuole, finanziamenti stabili ai centri antiviolenza, formazione degli operatori giudiziari — restano intermittenti, spesso subordinate ad altre priorità. La violenza maschile viene trattata come emergenza, non come fenomeno sistemico. E ciò che viene definito emergenza, per definizione, non obbliga a ripensare la struttura.

Intanto i corpi delle donne sono iper-esposti. Sui social diventano contenuto, prodotto, leva economica. La visibilità è condizionata: vale solo se rispetta standard precisi. L’autodeterminazione viene confusa con l’obbligo di mostrarsi, la libertà con la capacità di performare desiderabilità. Chi non rientra, viene esclusa. È una violenza quotidiana, normalizzata, che educa all’autosorveglianza e alla svalutazione di sé, come plasticamente dimostrato da testi ed esternazioni sul palco del recente Sanremo.

In questo contesto, il trattamento riservato agli Epstein Files è rivelatore: documenti che mostrano un sistema globale di sfruttamento sessuale di ragazze e donne, protetto da reti di potere economico e politico, hanno avuto un ciclo di attenzione sorprendentemente breve. Nessuna indignazione proporzionata alla gravità dei fatti. Nessuna assunzione collettiva di responsabilità. La violenza strutturale, quando coinvolge uomini potenti, diventa rapidamente rumore di fondo. È un segnale preciso: la reputazione maschile continua a pesare più della vita e dell’integrità delle donne.

La forma più estrema di questa continuità è la violenza maschile che arriva all’eliminazione fisica: i femminicidi non sono episodi isolati, né emergenze improvvise. Sono l’esito prevedibile di una cultura che normalizza il controllo, il possesso, la punizione. Colpiscono drammaticamente l’abbassamento dell’età delle vittime, la brutalità crescente. E colpisce, ogni volta, la stessa reazione pubblica: si cercano motivazioni individuali, fragilità emotive, eccezioni. Si evita accuratamente di nominare il sistema. Il patriarcato resta una parola scomoda, come se fosse un’opinione e non una precisa struttura storica.

Le parole, però, non sono neutrali. Costruiscono il perimetro di ciò che è pensabile. Virginia Woolf ricordava che per secoli le donne sono state cancellate anche dal linguaggio. Oggi non siamo più invisibili, ma veniamo ancora interrotte, ridotte a tema, trattate come una richiesta di troppo. La parità celebrata è fragile, reversibile, spesso solo dichiarativa.

Scrivo da donna, femminista, giornalista. Non per rivendicare un’identità, ma per assumermi una responsabilità, perché la scrittura non è mai innocente: l’8 marzo non è una festa ma un dispositivo simbolico che può servire a ricordare o a rimuovere. Dipende da come lo si usa. Chi trae vantaggio dal racconto di una parità già raggiunta? Chi guadagna quando la stanchezza prende il posto del conflitto?

Se questa data deve avere un senso, è quello di ricordare che i diritti non sono acquisizioni definitive. Che ogni arretramento è il risultato di scelte politiche precise. E che la libertà delle donne non è una questione settoriale: è un indicatore. Dove arretra quella, arretra l’intera società.

La foto è di Leonardo Basso per Unsplash. 


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