Suad Amiry, nata a Damasco nel 1951 da madre siriana e da padre originario di Giaffa, è architetta, scrittrice e fondatrice del Riwaq Center for Architectural a Ramallah. Nel 2024 ha vinto il premio internazionale Viareggio Versilia con l’opera tradotta in molte lingue “Sharon e mia suocera”(2023), un diario di guerra che racconta le ripetute invasioni di Ramallah tra il 2001 e il 2002. Il tragico evento della Nakba del 1948 ha ispirato “ Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea”, pubblicato nel 2020 e ristampato da Mondadori nel 2025. Titolo curioso per una storia che si svolge tra il 1947 e il 1951 e narra la Nakba (la catastrofe per i Palestinesi) come si abbatte sulla città di Giaffa e sulle vite di due adolescenti. Nel 1947 Shubi è un ragazzo di sedici anni che vive con la sua numerosa famiglia a El Manshiyyeh, la zona più grande di Gaffa, che “ si estendeva dalla Torre dell’Orologio fin su a nord verso Tel Aviv”. Il padre e il fratello maggiore lavorano in uno dei tanti aranceti che prosperano nella zona est della città e nonostante il padre gli ripeta che le arance sono il vero oro e l’orgoglio di Giaffa, egli ha preferito lavorare presso una piccola officina per trenta piastre al giorno. Shubi è’ un ragazzo intelligente e pieno di sogni, un piccolo genio della meccanica, che fin da bambino amava smontare e rimontare con grande abilità gli oggetti dando loro un diverso aspetto e sapendoli poi riportare al loro aspetto originario. Si aspetta di fare molta strada con la sua abilità, ma da un po’ di tempo ha anche un altro grande sogno: si è innamorato perdutamente di Shams, la figlia tredicenne di un collaboratore del padre, a cui pensa continuamente.
L’aveva vista la prima volta alla grande festa di Mawsim El Nabi Rubin, “il momento più magico dell’anno, perfetto per l’amore”, quando la ragazza, col suo sguardo nocciola e il suo sorriso, lo ha fatto impazzire. Shubi sa che sono giovani, ma è disposto ad aspettare e sogna solo di sposarla. Le cose sembrano mettersi al meglio quando un giorno si presenta all’officina in cui Shubi lavora Kawaja Michael, uno dei maggiori proprietari di aranceti della città. Il ricco commerciante ha bisogno di qualcuno capace di riparare un grave guasto all’impianto idraulico del suo aranceto, che, se non aggiustato al più presto, comprometterebbe il raccolto. M’allem Mustafa, il proprietario dell’officina, raccomanda al ricco proprietario Shubi facendogli molti complimenti. Kawaja Michael non perde tempo, carica in macchina Shubi e lo porta all’aranceto, promettendogli, se saprà riparare il guasto, oltre a cinquanta piastre, un regalo personale: un abito di pura lana inglese di Mancheser come quelli che lui indossa abitualmente, un capo che costerà sulle otto sterline, cifra che il ragazzo non riuscirebbe a risparmiare nemmeno in un anno di lavoro. Shubi si dimostra all’altezza del difficile compito e Kawaja Michael mantiene la promessa: Shubi avrà un elegantissimo abito di flanella grigia con una sottile riga rossa. Il dono non solletica solo la sua vanità di ragazzo, ma rappresenta per lui la prima tappa di tutto ciò che vuole conseguire nella vita e la premessa per realizzare il suo sogno d’amore: quello sarà il suo abito da sposo. Per il momento però Shubi non rinuncia alla soddisfazione di sfoggiare per un giorno il suo abito nuovo e di spingersi nei più noti caffè della città immaginando per una volta di essere ricco come coloro che li frequentano abitualmente. Ma presto i suoi risparmi si assottigliano e decide di recarsi dal suo amato zio Habeeb, pecora nera della famiglia per le sue scelte di vita, per farsi dare un piccolo prestito per godersi la giornata. Ma lo zio Habeeb vorrà fare qualcosa di più e decide che sia giunto il momento dell’ ingresso del nipote nell’età adulta e di svezzarlo alla sessualità affidandolo alle cure della mitica Shoshanna nel bordello che lui frequenta.
Presto giunge l’estate e Shabi, come migliaia di persone si reca con la famiglia al villaggio di El Nabi Rubi, vicino a Giaffa, famoso per il santuario dedicato a Ruben, figlio di Giacobbe, dove si giunge in pellegrinaggio e si assiste al rito del Kisweh, la tomba sacra ricoperta da un drappo verde con ricami dorati, sotto la quale si passa per ricevere la benedizione. Le famiglie si trasferiscono lì con tutto il necessario per trascorrere un mese di villeggiatura in una sorta di tendopoli in cui dopo i riti sacri si svolge un festival con ogni tipo di intrattenimento: giochi, canti, balli, ma anche ottima occasione per incontrarsi e combinare affari e matrimoni. Shabi parte con la sua famiglia, certo di incontrare lì di nuovo Shams e per questo non trascura di portare con sé il famoso abito inglese, col quale conta di fare colpo sulla ragazza, anche se la flanella non è molto adatta alla stagione. Shabi mette in atto ogni strategia per fare amicizia col fratello della ragazza e creare occasioni di incontro. Si improvvisa costruttore di coloratissimi aquiloni che gli porteranno l’ammirazione e gli intensi sorrisi della ragazza; riuscirà perfino a portarla al cinema insieme ai fratelli e alle sorelle e a stringerle la mano nel buio; una sera infine potrà mostrarsi col suo abito inglese, confidarle i suoi progetti di matrimonio e stingerla in un bacio appassionato. Ma un mese passa in fretta “In meno di quarantotto ore la tendopoli aveva lasciato spazio all’immensa distesa di sabbia circondata dalle dune. In mezzo al nulla si stagliavano la tomba sacra e la moschea. Il luogo sacro del profeta Rubin era di nuovo vuoto e abbandonato come il cuore di Shabi”. Specialmente nella prima metà del libro, oltre ai due ragazzi, protagonista è la città di Giaffa che la scrittrice ci descrive sapientemente, nei suoi quartieri e nei suoi antichi monumenti, da diverse prospettive.
Quella della strana mappa mentale e materiale in cui M’allem Mustafa, il proprietario dell’officina in cui lavora Shubi, divideva la città geograficamente e socialmente per fasce tariffarie che corrispondevano al reddito degli abitanti dei diversi quartieri. Ci mostra poi la città vista da est, seguendo lo sguardo di Shubi quando si reca alla piantagione di Kawaja Michael e “Davanti ai suoi occhi si estendeva un oceano verde – molto diverso dall’azzurro del Mediterraneo a cui era abituato”. Da quell’insolito punto di vista la città gli pareva rovesciata e capiva anche perché chi abitava le diverse zone, commercianti e pescatori laggiù al porto, avessero idee e visioni diverse della vita e della politica e non andassero mai d’accordo. L’autrice, attraverso la passeggiata di Shubi con l’abito nuovo, ricostruisce anche la zona dei più noti caffè della città a quel tempo, frequentati da ricchi, artisti, intellettuali. Ma Giaffa è attraversata da tempo da gravi tensioni politiche, che vengono raccontate anche attraverso la voce corale degli abitanti; in città circola ormai la voce che gli inglesi porranno fine al mandato in Palestina il 14 maggio 1948 lasciando la popolazione araba in una condizione di forte debolezza. Si apre una stagione di attacchi e aggressioni; gli Ebrei, forti degli armamenti ricevuti dagli inglesi, hanno un progetto preciso “ Il piano di Begin era semplice: ignorare i confini stabiliti dal piano di partizione e conquistare quanta più terra possibile prima del 15 maggio. Infatti, finché il mandato era in vigore, gli eserciti dei paesi arabi confinanti – Egitto, Iraq, Siria, Giordania – non potevano entrare in Palestina. E così in quel lungo lasso di tempo l’Irgun (gruppo paramilitare terroristico sionista) poté agire indisturbato, senza nessun avversario temibile fra i piedi”.
Già il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato la Risoluzione 181, che determinava la divisione della Palestina sotto mandato britannico in due Stati, uno arabo e uno ebraico, delimitandone i confini”. Giaffa rientrava nello stato Arabo, ma già prima del 15 maggio 1948 la città era stata messa in ginocchio da una raffica di ventimila proiettili che l’avevano colpita per tre giorni consecutivi costringendo i sopravvissuti alla fuga per terra o per mare. La città viene bombardata, l’antico ghetto conquistato a forza di bombe, le case saccheggiate e lasciate in mano agli olim, i nuovi immigrati ebrei arrivati dalla Bulgaria, da Bukara e dallo Yemen per insediarsi nelle case dei palestinesi; chi non è riuscito a fuggire si rifugia in ghetti arabi che sorgono ai margini della città. La Nakba si abbatte anche sui nostri protagonisti e la Storia calpesta le loro povere storie. Nella catastrofe generale le famiglie dei due ragazzi si disperderanno. Shubi perderà i contatti con la sua famiglia e Shams sarà tragicamente separata dai genitori a causa del furto di una mucca ebrea. La ragazza e le sue tre sorelle vivranno poi un’incredibile esperienza per cui per un periodo saranno benevolmente adottate da una coppia mista di un arabo e di una generosa donna ebrea. Solo nell’ultimo capitolo, con data 2018, l’autrice ci rivela completamente la sorte toccata ai due protagonisti, che lei ha incontrato ormai ottantenni e le hanno raccontato le loro difficili vicissitudini. “A ognuno il suo destino, in questo mondo” ha concluso Shubi al termine della sua dolorosa testimonianza.
