“Sono stata portavoce della Federcalcio palestinese e calciatrice anche io. So cosa significa prepararsi all’attività agonistica mentre il tuo popolo è sottoposto a un genocidio. Avevo un amico, anche lui calciatore, è morto, vicino casa mia, perché per nove ore gli sono stati negati i soccorsi. E pochi giorni fa, la partita prevista tra due squadre femminili di calcio, che si doveva svolgere vicino a un campo profughi in Cisgiordania, è stata impedita con la minaccia dell’IDF che se avessimo giocato avrebbero sparato gas lacrimogeni”. Dina Said parla alla Camera dei Deputati in occasione della presentazione del rapporto del Comitato Olimpico Palestinese, proprio mentre si svolgono le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Con lei, alla conferenza stampa organizzata dal responsabile Sport del Pd e allenatore della nazionale palestinese di pallavolo Mauro Berruto, c’è Valerie Tarazi, nuotatrice olimpica (è stata ai giochi di Parigi 2024) e componente dell’Olympic Council of Asia. “Fare sport, dice l’atleta palestinese-americana, è un diritto umano basilare che non esiste più in Palestina. Ho atleti, amici, compagni di squadra, allenatori che non ci sono più…Ma noi vogliamo essere viste come persone, non numeri”.
I numeri sono spaventosi. A elencarli è il presidente del Comitato Olimpico Palestinese e della Federcalcio, Jibril Rayoub, seduto accanto all’ambasciatrice di Palestina In Italia Mona Abuamara: “Dal 2009 a oggi, siamo sottoposti a una costante e sistematica oppressione e subiamo azioni terroristiche a danno degli atleti palestinesi in violazione dei principi della Carta Olimpica”. Distruzione di tutti gli impianti e le infrastrutture sportive (290 impianti sportivi tra Gaza e Cisgiordania, tra stadi, campi da calcio, palestre e sedi di club, impedendo qualsiasi pratica sportiva) e presa di mira deliberata – denuncia il generale – degli atleti e dei simboli dello sport palestinese.
Sul fronte delle infrastrutture, la distruzione viene definita dal Rapporto “sistematica” con danni per centinaia di milioni di euro, con tempi di ricostruzione stimati in decenni. Simbolo di questa devastazione è lo stadio Al-Yarmouk, inaugurato nel 1952 e tra i più antichi impianti della Palestina. Luogo di partite internazionali e raduni olimpici, durante il conflitto sarebbe stato trasformato dagli israeliani in campo di detenzione per prigionieri di guerra, per poi essere completamente raso al suolo. Da simbolo di orgoglio nazionale a luogo di umiliazione, fino alla distruzione totale.
E secondo i dati, meticolosamente raccolti e verificati, sono 684 gli sportivi uccisi in Palestina dall’ottobre 2023. Tra loro 178 ragazzi tra i 6 e i 20 anni. Centinaia gli atleti ancora dispersi. “Altri seimila, aggiunge Jibril Rayoub, resteranno disabili. Tra poco avremo la più grande delegazione alle paralimpiadi”.
Colpita anche la componente femminile dello sport. Secondo i dati del Comitato Olimpico Palestinese, le vittime donne sono il 5% del totale. Molte erano bambine, giovani atlete o impegnate nell’amministrazione sportiva. Una ferita che, sottolinea il report, rappresenta un grave arretramento nel percorso di crescita della partecipazione femminile nello sport palestinese, già fragile e frutto di anni di lavoro per affermare uguaglianza e inclusione.
Non solo Gaza. Le attività sportive sono impedite in tutto il territorio palestinese: con le città recintate sotto controllo israeliano, tutti i campionati si sono fermati nella West Bank. La paralisi completa delle attività sportive.
Il documento parla di un impatto “senza precedenti” sull’intero settore sportivo e richiama esplicitamente i principi della Carta Olimpica: non discriminazione, uguaglianza di genere, rispetto dei diritti umani e diritto allo sport. Unanime la richiesta: riportare al centro la Carta Olimpica, il documento del Comitato Olimpico Internazionale che tutela i valori fondamentali dello sport.
“Chiediamo che venga garantita la libera partecipazione degli atleti palestinesi alle competizioni internazionali, senza ostacoli, e la loro protezione da qualsiasi minaccia o molestia” è l’appello del Comitato olimpico palestinese alla comunità internazionale e alle federazioni sportive mondiali. “È il momento di stare al fianco degli atleti palestinesi, di proteggere lo sport e di piantare i semi della pace e della giustizia. Lo sport deve essere un ponte per la pace e una speranza per tutti”.
“Non confondete la nostra resilienza con accettazione e resa”, dice ancora Dima Said. “Chiediamo l’uguaglianza delle regole nello sport e la protezione di tutti gli atleti”.
“Il silenzio non è neutrale ma è complicità con il genocidio”, aggiunge Valerie Tarazi, “il nostro è un appello alla FIFA e al Comitato Olimpico per il rispetto delle loro stesse carte. E’ molto difficile trovare il modo di allenarci ma noi continuiamo ad andare avanti, non perdiamo la speranza”.
