Ha fatto il giro del mondo. Non ricordo, a memoria, che una telecronaca fosse oggetto di tanto interesse. E di tante irridenti critiche. Quando si confonde la presidente del Comitato Olimpico Internazionale per la figlia di Mattarella o non si riconoscono le ragazze d’oro della pallavolo, bisogna pure aspettarselo. Direi di più: è giusto che succeda.
È stato un grande atto di presunzione quello del direttore di Rai Sport. La telecronaca, o la radiocronaca, della Cerimonia di apertura delle Olimpiadi è uno degli esercizi più difficili che possano toccare ad un giornalista. Occorrono talento, studio, pratica. Occorre prontezza di riflessi. Occorrono anche cultura, elementi di geopolitica, dimestichezza con le personalità politiche e dello spettacolo, oltre che dello sport. Paolo Petrecca ha pensato che si potesse fare improvvisando. La catastrofe era inevitabile.
Hanno fatto bene i colleghi di Rai Sport a protestare ritirando la firma, sostenuti dai colleghi delle altre testate. La presunzione del loro direttore ha gettato un’ondata di discredito sull’intera testata sportiva del servizio pubblico e sui giornalisti che ci lavorano e che fanno onestamente il loro mestiere.
Non è una presunzione casuale. No. È figlia dell’arroganza con la quale è amministrato il servizio pubblico nell’era Meloni. Una vera occupazione che fa sentire forti i prescelti, che siano direttori o conduttori di programmi giornalistici. Bruno Vespa e i suoi “Cinque Minuti” sono lì a dimostrarlo. È presunzione che si trasforma in arroganza. L’arroganza di chi pensa che sia tutto lecito perché i potenti di turno sono pronti a proteggere e incoraggiare. E a praticare l’impunità.
Vorrei sgombrare il campo da ogni equivoco. I partiti sono stati sempre una spina nel fianco del servizio pubblico. Ho sognato, nei miei quarant’anni da dipendente, che prima o poi i partiti – tutti – facessero un passo indietro, che lasciassero i professionisti che vi lavoravano liberi da pressioni. Non è successo. In forme diverse nelle varie epoche storiche, i partiti hanno infilato il naso nell’azienda di servizio pubblico. Si è passati dal monocolore democristiano del Programma Nazionale, alle aperture nel momento della nascita della seconda rete tv, quella dei socialisti. Fino alla terza rete che, a fine anni 70, dava spazio persino all’opposizione, al PCI. Mai successo prima. La famosa lottizzazione, che faceva dire ad Enzo Biagi che in Rai la formula era: tre democristiani, un socialista, un comunista e uno bravo. Quella Rai, dalle tante anime, rispecchiava meglio la società italiana plurale e sapeva raccontare con realismo il paese. Era una Rai nella quale i professionisti erano di elevato livello. Di quegli anni sono le grandi inchieste giornalistiche e lo sdoganamento di un racconto della politica non più ingessato.
C’erano i partiti. Ma almeno c’erano tutti. Non vi appaia cinica questa affermazione. Prendetela per realismo e senza dimenticare che la dialettica interna alle redazioni consentiva un buon margine di autonomia ai giornalisti.
Poi nel 2015 succede qualcosa: la riforma della Rai, quella firmata Renzi, sposta il baricentro decisionale dal Parlamento al Governo. E cambia tutto.
L’occupazione del servizio pubblico da parte dei partiti di maggioranza diventa possibile, anzi, lecita. Chi sfrutta fino in fondo le opportunità è proprio il governo Meloni. Cade persino l’ultimo apparente barlume di democraticità, quella sorta di “gentleman agreement” che consentiva di lasciare qualcosa anche agli altri. Nasce Telemeloni. E nasce a norma di legge. E questa è la cosa grave. Domani un’altra maggioranza potrebbe fare la stessa cosa. Il servizio pubblico trasformato in servizio di governo.
È in questo quadro che si insedia a Rai Sport Paolo Petrecca, già sfiduciato a Rai News.
Il resto è noto.
E direi, tutto sommato, prevedibile se viene meno la logica della qualità, della competenza, del rispetto del lavoro della redazione. L’arbitrio non paga mai ed è sempre sbagliato non fare i conti con il pubblico. Calano gli ascolti, vistosamente. I dati parlano di un 24% in meno che colpisce tanto la tv quanto la radio. Perché alla fine il telespettatore e il radioascoltatore lo conquisti se il prodotto è buono.
Non basta occupare la Rai, bisogna anche saperla fare.
