I lettori che, negli anni appena trascorsi, hanno seguito le osservazioni più acute riguardo le dinamiche internazionali non saranno stupiti dell’attacco americano al Venezuela, scatenato dall’impellente necessità di arraffare risorse. Indignati, certo, ma non ingenui da non sapere che il diritto internazionale è oggi scandito dalla forza prepotente di un “sistema” (economico) che sta vivendo una crisi. La fase di transizione in atto comporta, tra l’altro, guerre: daziarie, ideologiche, ibride, asimmetriche, cibernetiche… e, pure, aspri combattimenti veri e propri; con il logico corollario di stragi, morti, feriti, distruzioni, carestie indotte e il rischio concreto che i conflitti si allarghino ulteriormente, fino alla catastrofe globale.
La guerra mondiale “a pezzetti” di cui parlava Papa Francesco non è dunque finita. Ne abbiamo già ragionato ripetutamente (si rinvia, al proposito a Se il capitalismo perde il suo spirito https://www.articolo21.org/2025/08/se-il-capitalismo-perde-il-suo-spirito/ e, soprattutto, a La guerra come scopo, https://www.articolo21.org/2025/06/la-guerra-come-scopo/ ), constatando come in pochi lustri siano caduti tutti i tabù e i valori che avevano retto la cosiddetta società occidentale. Certo, quegli stessi ideali: la giustizia, la libertà, l’uguaglianza… erano spesso declinati unilateralmente o addirittura proposti come comodi paraventi per giustificare “democrazie da esportazione” scricchiolanti che stavano perdendo molti requisiti per potersi definire tali. Il voto ridotto a pantomima e disertato; tecniche di manipolazione talmente invasive da rendere vana ogni forma di comunicazione e perfino le elementari relazioni umane; squilibri sociali ed economici coltivati come arma di consenso; fino all’irrompere della cosiddetta intelligenza artificiale che sta imponendo un “salto qualitativo” di certo non ancora metabolizzato nelle sue implicazioni profonde. Sono solo alcuni segnali eclatanti.
Resta il fatto che gli stati vengono ormai sempre più considerati meri “involucri”, atti a tutelare il potere di pochissime élites che si stanno spartendo il mondo seguendo geometrie che trascendono gli stati stessi.
L’impasse in cui si trova l’Unione europea costituisce un esempio tangibile di questa situazione.
Nata come unione di popoli che per secoli si erano combattuti senza tregua, a causa delle nuove circostanze che abbiamo sommariamente delineato, si poi è fermata a una pur importante unione monetaria (invisa ad altri potentati intercontinentali) senza riuscire a mantenere la promessa basilare della pacifica unione federale. Non ha così avuto la forza politica di esprimersi come nuova realtà planetaria e, seguendo una logica (NATO) che non è chiaramente di sua diretta espressione, sta ora procedendo disordinatamente verso un pericolosissimo riarmo per singole nazioni che interverranno, impotenti, in uno scenario mondiale scandito da interessi su cui difficilmente si riuscirà ad incidere.
Caduto quindi il velo del “primato” democratico a favore del primato della forza e dell’interesse immediato, è auspicabile che studiosi, osservatori e predicatori si applichino sul «che fare?», cercando magari di rispondere alle priorità e agli inediti interrogativi che si impongono. Come costruire la pace in un simile contesto? È ineluttabile un conflitto (armato) diretto tra i diversi “blocchi” economico finanziari? Cosa accadrebbe all’ambiente, al pianeta, in caso di tale eventualità?
Di fronte a simili questioni l’atteggiamento più diffuso, o almeno più propagandato a livello mediatico, è il sorriso di sufficienza di chi crede di saperla lunga: le cose sono sempre andate così, homo omini lupus, la guerra esiste da sempre, inutile cercare di fermare un impulso naturale per cui il più forte “deve” prevalere. Peccato che questa cinica filosofia, che qualcuno potrebbe considerare aberrante sul piano etico, oggi ponga a repentaglio la stessa esistenza della specie umana e di altre sulla terra.
La rinuncia avida a ogni forma sovrastrutturale di diritto (internazionale) in grado di controllare collettivamente le umane pulsioni implica, se va bene, la totale sottomissione dell’umanità alla forza di coloro che avranno i mezzi per esercitare un potere enorme, senza precedenti nella storia. Se va male, l’intero ecosistema ne uscirà sconvolto e forse non sarà più adatto ad ospitare innumerevoli forme di vita, tra cui la nostra, almeno come la conosciamo.
In entrambi i casi l’umanità cambierà i suoi connotati e concetti come libertà, responsabilità, libero arbitrio, relazioni (pubbliche), bisogni sociali, solidarietà, autodeterminazione saranno praticamente privi di senso. Questo è l’orizzonte che si profila nel tempo del crepuscolo della democrazia e della repubblica.
Recentemente un gruppo di amici stimati, nel Salento, al Centro «tò Kalòn» di Martano, ha ricordato Danilo Dolci con una relazione di Giuseppe Moscati dal titolo: Rivoluzione è rendere ciascuno responsabile. Ecco: si potrebbe cominciare da qui.
