Giornalismo sotto attacco in Italia

Repressione in Iran. Un fatto inatteso? No…

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L’ottimo articolo del collega Ahmad Refat è un contributo importantissimo in queste ore.  Ho poco da aggiungere a quel che scrive con grande competenza, precisione e accuratezza. Mi sembra importante, per chi voglia, rivedere almeno per sommi capi anche qualche pagina del passato recente per capire come e perché si sia arrivati a questo punto. Ometto, a differenza degli iraniani, di valutare tutti i miliardi spesi dal regime degli ayatollah per il loro espansionismo militare all’estero, in particolare in Libano, Iraq, Siria, Yemen. Sto  alla situazione interna iraniana, solo a quella, e vediamo che quando è scoppiata l’ultima protesta, il 28 dicembre dello scorso anno, il dollaro valeva 1,43 milioni di rial iraniani, l’inflazione a dicembre ha raggiunto il 42%, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 72%. Così i mercanti del bazar hanno chiuso. I lavoratori, gli studenti, le giovani generazioni si sono uniti al la protesta che è diventata nazionale. La repressione, per quanto si legge, sarebbe violentissima, i morti alcune centinaia. E’ un fatto inatteso, sorprendente? No, è il prodotto di una linea che risale almeno al 2009.

Quell’anno si sono svolte le elezioni presidenziali, fu rieletto Ahmadinejad, ma tutto l’Iran scese in piazza protestando e definendo quell’elezione fraudolenta. Il vincitore, secondo la protesta diffusasi in poche ore in tutto il Paese, era Mir Hossein Mousavi, subito recluso dal regime, dell’ala riformista, ispirata dalla linea per il “dialogo tra civiltà” elaborata dall’ex presidente – chierico, Mohammad Khatami. Il dialogo non era solo “tra” civiltà, ma anche interno all’Iran. La scelta del regime fu opposta: venne rafforzato il peso delle istituzioni non elettive, quelle che rispondono direttamente alla guida suprema della rivoluzione, inclusi i pasdaran molti giornali vicini all’ala riformista vennero chiusi. La repressione fu feroce, i morti centinaia, gli arrestati migliaia.

Nel 2022 l’assassinio di Masha Amini, ridotta in coma e poi morta in carcere perché non indossava correttamente il velo, innescò la nuova protesta, chiamata in tutto il mondo “donna, vita, libertà”, molto diversa dalla precedente. L’ala riformista del regime non aveva più scendente sui giovani insorti; la sfida ora diventava al sistema. Diffusasi in tutta le 31 province iraniane, secondo Iran Human Rights durante quel movimento si registrarono 551 manifestanti uccisi e decine di migliaia arrestati. Il potere delle istituzioni non elettive è diventato ancor più assoluto rispetto a un parlamento ininfluente, il giro di vite contro i giornali di opposizioni ancor più forte.

Ora, mentre l’ayatollah Khamenei accusa i manifestanti di tradimento, sabotaggio ed altro ancora, indicando che tutti sono passibili di condanna a morte, il Presidente della Repubblica, Pezeshkian, ha affermato durante una visita ufficiale nella provincia di Bakhtiari: “Se il popolo non è soddisfatto, noi e voi dobbiamo essere criticati.  Non guardate all’America o a chiunque altro. Noi dobbiamo gestire in modo proprio le risorse dello Stato e risolvere i problemi”. Sono state parole abbastanza diverse da quelle della guida spirituale della “rivoluzione”, alla quale ora deve essere stato di dimostrare fedeltà. Ma la strada seguita soprattutto dopo la fine dell’esperienza Khatami e in particolare modo dal 2009 ha portato agli esiti descritti e al collasso indotto per scelta ideologica (e interessi personali) della via riformista.


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