Con il solito stile apparentemente scanzonato ma in realtà ficcante, Pierluigi Bersani dà lo sprone: “Non stiamo qui a pettinar le bambole!”. Come a dire: diamoci una mossa! Ne ha per tutti: per la riforma costituzionale della destra, che rischia di minare gli equilibri costituzionali, mettendo a repentaglio l’indipendenza della magistratura. Per la sinistra: che deve unirsi, perché ogni giorno trascorso senza offrire un’alternativa chiara e un orizzonte condiviso è un giorno sprecato e un ulteriore problema per il Paese (non a caso, ricorda l’esperienza dell’Ulivo e l’energia positiva che sprigionò trent’anni fa). Per l’informazione, che talvolta cita a sproposito esempi del passato, a cominciare da Giuliano Vassalli, in alcuni casi iscritto d’ufficio al comitato del SÌ con un’evidente forzatura. Infine anche per i giovani, che devono essere valorizzati, coinvolti e portati a votare perché, berlinguerianamente parlando, se si mobilitassero loro, unendosi al mondo del lavoro, non ce ne sarebbe più per nessuno (e i sondaggi referendari dicono esattamente questo: la destra non è maggioranza in Italia e più cresce l’affluenza, più il NO ha la possibilità di prevalere).
È, insomma, un Bersani critico e autocritico. Del resto, era stato il primo a vedere la “mucca nel corridoio”, quando sembrava che il PD fosse destinato a egemonizzare almeno un decennio e lui metteva in guardia dal ritorno prepotente della destra; e oggi, con eguale saggezza, ci spiega quali conseguenze potrebbe avere il trumpismo dilagante, di cui l’attacco alla giustizia e ai suoi principî cardine costituisce solo il primo passo.
