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Oltre il rumore della ricerca del consenso. Jacques Maritain e la vocazione dialogica della democrazia

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La nostra contemporaneità si presenta come un paradosso inquieto: mai come oggi la parola “dialogo” è stata pronunciata con tanta frequenza, e mai come oggi sembra così difficile praticarla davvero. Viviamo in un tempo iperconnesso e, al contempo, profondamente frammentato; un tempo in cui la democrazia è invocata come valore universale, ma spesso ridotta a procedura, a tecnica di governo svuotata di anima. In questo scenario, il pensiero di Jacques Maritain torna a interpellarci non come reliquia novecentesca, bensì come provocazione viva, capace di illuminare le aporie del presente. Si è discusso del pensiero del filosofo presso la libreria Spazio Sette a Roma durante il convegno “Democrazia e dialogo. Il pensiero di Jacques Maritain alla luce del presente” con le lectiones magistrales di Francesco Miano, presidente dell’Istituto Jacques Maritain e di Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e la relazione finale di Giuseppe Acocella, Rettore dell’Università Giustino Fortunato e membro del Direttivo dell’Istituto.

Maritain ha pensato la democrazia non come semplice assetto istituzionale, ma come forma spirituale della convivenza: in L’uomo e lo Stato scrive che “la democrazia è prima di tutto una filosofia della vita comune, prima ancora che un sistema politico”: questa affermazione, letta oggi, suona quasi controcorrente. Nell’epoca dell’amministrazione algoritmica del consenso e della polarizzazione permanente, la democrazia appare sempre più come un meccanismo di aggregazione degli interessi e sempre meno come un luogo di riconoscimento reciproco tra persone.

Il cuore del pensiero maritainiano è, infatti, la centralità della persona. Non l’individuo astratto del liberalismo ridotto a volontà sovrana, né la massa indistinta dei totalitarismi, ma la persona come essere relazionale, aperto alla verità e al bene. È su questo fondamento che Maritain costruisce la sua idea di dialogo: non come mera tolleranza passiva o compromesso tattico, bensì come ricerca comune, animata da una fiducia radicale nella ragione e nella dignità dell’altro. “Il dialogo autentico”, potremmo dire sintetizzando il suo pensiero, “non nasce dal relativismo, ma dalla convinzione che la verità è più grande di ciascuno di noi”.

Nel nostro presente, segnato da un ritorno di linguaggi tribali e da una crescente sfiducia nelle istituzioni democratiche, questa concezione esigente del dialogo appare quasi impraticabile. Eppure è proprio qui che Maritain si rivela attuale. Egli non ignorava il conflitto; al contrario, lo considerava una dimensione inevitabile della storia umana. Ma rifiutava l’idea che il conflitto dovesse degenerare in negazione reciproca. In Umanesimo integrale afferma che “una società è tanto più democratica quanto più riconosce e promuove la pluralità delle convinzioni, senza rinunciare a un orientamento comune verso il bene umano”.

La democrazia, in questa prospettiva, non è neutralità etica, ma “laicità positiva”: uno spazio pubblico in cui visioni del mondo differenti possono confrontarsi senza pretendere di annientarsi. Quanto distante appare questa idea dal clima odierno, in cui il dissenso è spesso percepito come minaccia e non come risorsa, e il dialogo viene confuso con la rinuncia a ogni giudizio critico. Maritain ci invita invece a un esercizio più arduo: tenere insieme fermezza delle convinzioni e apertura all’ascolto, identità e ospitalità.

Vi è infine, nel suo pensiero, una dimensione profetica che parla direttamente al nostro tempo: la consapevolezza che la crisi della democrazia è, prima ancora che politica, spirituale. “Le istituzioni valgono ciò che valgono gli uomini che le animano”, scrive Maritain. Senza una rinnovata educazione alla responsabilità, al senso del limite e alla trascendenza della persona rispetto al potere, nessuna riforma procedurale potrà salvare la democrazia dal suo svuotamento.

Secondo Paolo De Nardis, che da sociologo distingue tra persona e attore sociale in quanto individuo critico, il Trattato sulla tolleranza di Voltaire (1763) rappresenta un momento di svolta nella storia del pensiero politico e morale moderno. In esso la tolleranza non è più una concessione prudenziale del potere o una virtù subordinata alla verità religiosa, ma diventa un principio razionale universale, fondato sulla fallibilità umana, sulla compassione e sulla necessità di convivere pacificamente nella pluralità delle credenze. Questo salto di qualità”segna una frattura profonda con le concezioni tradizionali della tolleranza, frattura che permette oggi di mettere criticamente a confronto il pensiero illuminista di Voltaire con quello novecentesco di Jacques Maritain. Quest’ ultimo, pur difendendo la dignità della persona e i diritti umani, rimane legato a una visione tomista e cristiana della verità. La tolleranza, nel suo pensiero, non è mai un valore assoluto, ma una virtù subordinata all’ordine morale oggettivo e, in ultima istanza, alla verità religiosa. Questa impostazione, sebbene più aperta rispetto al tradizionale integralismo cattolico, conserva una struttura gerarchica che Voltaire aveva radicalmente messo in discussione. Nel Trattato sulla tolleranza, Voltaire rovescia il problema: non si chiede se l’errore debba essere tollerato in nome della verità, ma denuncia la pretesa stessa di possedere una verità assoluta come fonte principale di fanatismo e violenza. La tolleranza, in Voltaire, nasce dunque non da una dottrina positiva del bene, ma dal riconoscimento dei limiti umani e dall’esigenza di prevenire il male maggiore: la persecuzione.

Da questo punto di vista, il pensiero di Maritain appare come un tentativo di riconciliazione incompleta con la modernità: il filosofo accetta il linguaggio dei diritti e del pluralismo, ma ne riduce la portata radicale, reinserendoli in un quadro metafisico che stabilisce in anticipo ciò che è vero e giusto. In sostanza, la tolleranza maritainiana è sempre condizionata: è valida finché non minaccia l’ordine morale oggettivo. Per Voltaire, invece, è proprio l’imposizione di un ordine morale unico a costituire il pericolo principale.

“Il salto di qualità introdotto dal Trattato sulla tolleranza consiste dunque nel passaggio da una tolleranza concessa a una tolleranza costitutiva della convivenza civile. In questo senso, Maritain, pur rappresentando un progresso rispetto all’intolleranza confessionale del passato, resta al di qua della rottura illuminista: egli umanizza la verità, ma non rinuncia al suo primato; Voltaire, al contrario, costruisce la tolleranza proprio sulla rinuncia a trasformare la verità in potere.

In conclusione, la critica a Maritain, a partire da Voltaire, non è tanto morale quanto strutturale: il suo pensiero non assume fino in fondo le conseguenze del pluralismo moderno. Il Trattato sulla tolleranza mostra che la pace civile non nasce dalla corretta gerarchia delle verità, ma dall’accettazione della loro inevitabile molteplicità” conclude De Nardis. Ed è in questo scarto che si misura la distanza tra una tolleranza ancora “guidata” e una tolleranza pienamente moderna.

Episodi recenti come la repressione delle proteste in Minnesota, frutto guasto di questa presidenza Trump, offrono un esempio emblematico di ciò che accade quando la democrazia smarrisce la propria vocazione dialogica e si affida prevalentemente alla logica della forza. La gestione dell’ordine pubblico, segnata dal ricorso massiccio a strumenti coercitivi e da una retorica che delegittima il dissenso, ha mostrato come il conflitto sociale possa essere rapidamente tradotto in minaccia, anziché riconosciuto come espressione di una frattura da comprendere e affrontare politicamente. In una prospettiva maritainiana, tale deriva segnala una crisi più profonda: quando il potere rinuncia ad ascoltare la parola che sale dalla società e risponde unicamente con la repressione, i cittadini cessano di essere fine e diventano mezzo, e la democrazia si riduce a mera gestione dell’emergenza. Non si tratta qui di negare la legittimità delle istituzioni nel garantire la sicurezza, ma di interrogarsi sul loro orientamento ultimo: per Maritain, una democrazia autentica non teme il conflitto, perché lo attraversa con strumenti politici e morali, mentre il ricorso sistematico alla forza è spesso il segno di un fallimento del dialogo e di una povertà etica del potere stesso.

Rileggere Maritain oggi non significa cercare ricette pronte, ma lasciarsi smuovere da una domanda radicale: siamo ancora capaci di pensare la democrazia come un’avventura morale condivisa, e non solo come un equilibrio instabile di forze? In un tempo che sembra aver smarrito la pazienza del dialogo e la profondità del pensiero, il filosofo francese ci ricorda che la vera posta in gioco non è l’efficienza del sistema, ma la qualità umana della convivenza. E forse, anche e soprattutto in questi tempi bui, è proprio da qui che occorre ripartire.

 


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