Giornalismo sotto attacco in Italia

No, cara Giorgia, in Italia le Slapp non sono punite

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Cara Giorgia, mi rivolgo a te prima come giornalista e poi come presidente del Consiglio, per far presente che no, non è vero che “l’Italia punisce già le querele temerarie”.
Ed io sono la testimonianza vivente che una Slapp, nel nostro paese, può rivelarsi un vero e proprio calvario, soprattutto se ti porti sulle spalle un procedimento giudiziario da 27 anni
Che sia chiaro, quella nei miei confronti è stata da subito un’azione legale “pretestuosa” perché avevo basato i miei articoli, pubblicati nel lontano 1998 su Cronache del Mezzogiorno, storico quotidiano di Salerno per il quale mi occupavo di giudiziaria, su prove documentali e note della polizia giudiziaria a carico di una personalità di alto interesse pubblico.
Da giornalista avevo rispettato tutte le regole deontologiche ed etiche, oltre che professionali (certezza delle fonti, richiesta di affermare la propria posizione etc ).
Nonostante il mio lavoro fosse inattaccabile, è stata comunque avviata nei miei confronti dal querelante una vera e propria persecuzione.
Dal 1998, sono stata protagonista, o meglio vittima, prima di minacce in caso di mancata rettifica di quanto scritto nell’articolo contestato – in cui riportavo del coinvolgimento di un giudice di alto profilo, indagato per peculato in quanto aveva portato ad abortire illegalmente una giovane donna nello studio privato del ginecologo a capo di un giro di aborti clandestini – poi di una querela per diffamazione.
Quando il procedimento penale era stato archiviato, il querelante è passato al civile con una richiesta di danni per 100 mila euro.
Ebbene, quel nuovo contenzioso è in attesa da oltre sei mesi di essere chiuso perché il tribunale di Vallo della Lucania (dove era stato trasferito per difetto di giurisdizione da Napoli, che lo aveva “ereditato” da Salerno per incompatibilità) non lo ha ancora dichiarato estinto per il sopraggiunto decesso dell’avvocato dei nuovi soggetti querelanti (gli eredi del giudice, che nel frattempo era morto, i quali avevano avocato a sé la causa).
Dopo il decesso del loro legale, nell’aprile del 2025, avrebbero dovuto riassumere il procedimento nei termini di 3 mesi dall’interruzione, fissati al 5 luglio scorso.
Purtroppo per i soliti ritardi della giustizia, nonostante siano passati nove mesi dalla morte dell’avvocato, dal Tribubale non è ancora giunta alcuna comunicazione.
A gennaio 2026 siamo entrati nel 27esimo anno di questa persecuzione.
Ovviamente l’Ordine dei giornalisti è informato e ha espresso solidarietà chiedendo di porre fine a questa vicenda kafkiana. Ma non è per il caso singolo che bisogna intervenire
Sono qui a parlare della mia vicenda non con recriminazioni sterili, ma per far comprendere cosa può rappresentare per qualunque essere umano una querela bavaglio come quella che pende su di me,  come una spada di Damocle,  da 27 anni: un peso che ti puoi trascinare dietro per tutta la vita.
Certo, la mia è un caso limite (il più longevo al mondo) ma è simbolo dell’attacco alla libertà di informazione per via giudiziaria, le cosiddette Slapp, fenomeno in forte crescita in tutta Europa.
In questi 27 anni, anche organizzazioni europee – oltre all’Ordine dei giornalisti, Articolo 21, GiULiA giornaliste e Federazione nazionale della stampa –  si sono occupate del mio caro, tra queste l’European Centre for Press and Media Freedom e il Sindacato europeo dei giornalisti.
La cosa paradossale di questa assurda vicenda è che quando il provvedimento sarà estinto, non avrò neanche diritto al risarcimento delle spese legali.
Un’ulteriore beffa.

Giornalista da 26 anni coinvolta in un’azione civile: la solidarietà dell’esecutivo dell’Ordine dei giornalisti


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