Un «giorno della memoria» ancora una volta dimezzato, questo del 2026, che tra omissioni ed enfasi retorica, recide molti fili di una realtà storica complessa nella quale si sommarono e intrecciarono almeno due progetti: quello genocida fondato sulla gerarchia razziale e quello totalitario, volto ad annientare ogni opposizione e pluralismo nello Stato.
Se il genocidio ebraico è al centro del quadro additato all’attenzione pubblica come «l’abisso della Shoah», «il disegno diabolico», per riprendere il lessico del presidente del consiglio Meloni, lo sterminio dei “politici” antifascisti e antinazisti, identificati dal triangolo rosso, è taciuto perché chiama in causa la responsabilità comune di fascismo italiano e nazismo tedesco, alleati nella edificazione del novus ordo europeo.
È pure taciuto lo sterminio degli omosessuali e degli zingari, altri perseguitati su cui per lo più si glissa.
Quest’anno la presidente Meloni introduce nel suo messaggio una novità e cioè condanna «la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni»: è un lodevole passo avanti nella percezione del passato. Vi si parla però di regime, cioè sembra che ci si riferisca al Ventennio e dunque alla promulgazione delle leggi razziali del 1938.
Ma, se la spoliazione dei diritti di cittadinanza fu inflitta nel ’38 alla comunità ebraica italiana, fu la Repubblica Sociale Italiana a definirli «stranieri di nazionalità nemica» e a creare per loro campi di raccolta a Fossoli, Borgo San Dalmazzo, Risiera di San Sabba, Bolzano-Gries: di lì mossero i convogli che portarono quasi 7000 ebrei italiani nei lager, da cui solo 837 tornarono.
Tutta la struttura amministrativa e militare della RSI costituì un supporto indispensabile per gli occupanti tedeschi, talvolta anticipandone le iniziative. L’ordine del 30 novembre 1943, emanato dal ministro dell’interno Buffarini Guidi, prescrisse il concentramento degli ebrei nei campi sopra citati, cooperando nella cattura con le unità tedesche.
Conviene interrogarsi ancora sul perché dai discorsi del governo rimanga tuttora assente la corposa realtà della deportazione politica – 23.826 casi tra uomini e donne – e quella dell’internamento militare – tra i 600 e i 700.000 uomini, destinati al lavoro forzato.
E non si sbaglia pensando che ad ostacolare tale ricordo pesi il rapporto ambiguo di Fratelli d’Italia con il passato neofascista: come ricordare la sorte di quelli che la RSI chiamava “ribelli” – partigiani, oppositori, donne e uomini della Resistenza – o il rifiuto degli internati militari (IMI) all’arruolamento nella RSI, senza intaccare il culto delle proprie radici ideali, che affondano nella storia del neofascismo repubblichino, con un nome-simbolo mai smentito: Giorgio Almirante?
Il ministro Valditara ha dichiarato che «la democrazia presuppone soprattutto la memoria». Ma la memoria è oggetto di uso e abuso, è un ingrediente deteriorabile, spesso maneggiato per provocare emozione più che riflessione critica.
Le trappole della memoria selettiva, dell’indignazione stereotipata, della sacralizzazione cerimoniale convergono nel deresponsabilizzarci verso il presente.
L’antidoto vero è la consapevolezza storica, fondata sulla forza dei fatti accertati e della ragione.
Torniamo a leggere il testo della legge istitutiva della Giornata della Memoria (20 luglio 2000, n. 211), per recuperarne il significato complessivo, oscurato e logorato dall’uso mediatico. Essa richiama il dovere di ricordare «la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani deportati, imprigionati, uccisi» e, all’art. 2, specifica la memoria dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.
Come si vede, l’orizzonte indicato dalla legge è molto più ampio di quello praticato nelle cerimonie pubbliche, dove domina una visione dimezzata di quanto è accaduto.
Si è offuscato l’ottimismo del «mai più», smentito dai fatti in Italia e nel mondo. Più lucida resta la riflessione di Primo Levi:
«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo».
Auschwitz non è un mostro alieno, ma l’esito estremo della storia delle dittature fasciste europee. Il razzismo, i progetti di remigrazione, l’attacco alla Costituzione, ai poteri indipendenti, all’informazione libera e al pensiero critico, l’ossessione securitaria sono segnali pericolosi.
Auschwitz è ancora in fondo a un piano inclinato, e – per dirla ancora con Levi – «basta non vedere, non ascoltare, non fare».
