In questo ultimo lunedì di gennaio Fiorella Carollo ci parla delle donne del Myanmar.
Abbiamo proposto questa rubrica che è ormai al quinto anno, con queste parole: “Ogni ultimo lunedì del mese, a partire dal 31 maggio 2021, racconteremo storie di donne attraverso i loro profili, il loro impegno culturale e civile nei secoli; siamo partite dal Veneto (con Paola Drigo). Storie di donne che raccontano e si raccontano; che ci parlano di uomini, del lavoro e dei figli; che ci parlano di guerra e di pace, di amore e di odio: pensano, come noi, che “le parole sono pietre che vanno usate per costruire ponti”. “Dalla parte di Lei” (come il titolo del libro di Alba De Cespedes pubblicato per la prima volta nel 1949): una scelta, non ci piace l’indifferenza siamo “partigiane”
Questo lunedì cade alla vigilia del giorno della memoria: 27 gennaio 1945, una data simbolo della fine di una immane tragedia: l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa. La legge italiana n. 211 è del 20 luglio 2000, cinque anni prima della istituzione da parte delle Nazioni Unite della giornata internazionale, 1 luglio 2005. Perché sono dovuti passare 55 e 60 anni?
La memoria della Shoah è una memoria difficile, aspra, differente dalle tante tragedie che ci sono state e ci sono ancora. La Shoah indica lo stermino, il genocidio che fu pensato, progettato, razionale e ben organizzato, avvalendosi di tecnologia e impianti efficienti per sterminare un popolo intero (almeno 6 milioni di ebrei) e altri milioni di persone (disabili, omosessuali, Rom, prigionieri, oppositori politici..): si parla di almeno 15 milioni di persone, un conto esatto ancora non c’è. Era difficile credere che fosse accaduto davvero. Interrogava e interroga non solo sui perché; ci ossessiona ancora oggi con la domanda di come sia potuto succedere.
E ci rendiamo conto che purtroppo sta ancora succedendo con modalità e luoghi differenti ma sempre con la volontà di “sterminio”: pensiamo al popolo palestinese e ai popoli che vivono in paesi (sono almeno 60) in guerra e/o perseguitati dai loro stessi regimi autoritari. Pensiamo all’Iran e alle decine di migliaia di persone, donne e bambini che sono stati sterminati ancora in questi giorni dal regime degli Ayatollah. Solo l’ultima strage di civili….
Dal 16 settembre 2022, giorno in cui Mahsa Amini è stata arrestata e poi uccisa dalla cosiddetta polizia morale per non aver indossato il velo come “ordinato”, il popolo iraniano sta ancora sacrificando con il sangue il diritto a difendere il proprio paese, una specie di paradiso, come Pegah Moshir Pour, (iraniana che vive in Italia da quando vi giunse a 9 anni nel 2011) ebbe modo di ricordare quando intervenne al Festival di San Remo insieme a Drusilla Foer nel 2023: per segnalare con più forza la contraddizione di un regime che continua a uccidere, sterminare il suo popolo. Paradiso in iraniano si dice “PARDIS”, giardino protetto! Ha scritto un libro La notte sopra Teheran (Garzanti 2004).
DONNA VITA LIBERTÀ: non un semplice slogan ma veri obiettivi di un movimento rivoluzionario consapevole che è raccontato nella canzone di Sherin Ajipour con un titolo importante “Baraye” che significa “per” e non “contro”: è l’inno della rivoluzione iraniana.
Per Donna vita libertà ma anche per la pace per i diritti umani: la parola chiave è libertà.
Le donne sono sempre state protagoniste nell’impegno per un mondo di pace. Sono 19 le donne che hanno avuto il premio Nobel per la Pace (la prima nel 1905 Bertha Sophie Felicita von Suttner, autrice di Giù le armi, una delle prime opere, pubblicata nel 1889, a diffondere le tematiche pacifiste radicali; le abbiamo dedicato un ultimo lunedì. Nel 2014 la più giovane Malala Yousafzai, di 17 anni, per il suo impegno a favore dell’istruzione dei bambini e delle donne. Maria Ressa nel 2021 (Filippine). Narges Mohammadi nel 2023 (Iran): ancora una volta arrestata a dicembre 2025. Maria Corinna Machado, nel 2025 (Venezuela), che ne ha fatto dono a Trump! Nel nostro paese dall’unità d’Italia alla Resistenza ai giorni nostri tante sono le donne che lasciano il segno nei grandi movimenti contro la guerra. Ne ricordiamo due alle quali abbiamo dedicato due lunedì della rubrica: Maria Occhipinti e Lidia Menapace.
Il mondo è oggi un posto meno sicuro.
Gli organismi internazionali primi fra tutti l’ONU e il G20, intervengano: con Donald Trump Presidente degli USA oggi “SIAMO TUTTI IN PERICOLO” (è il tiolo dell’ultima intervista di Pier Paolo Pasolini, da lui deciso, a Furio Colombo e di recente pubblicata).
È il momento dell’Europa: sostenga l’Appello per la difesa della legalità e del diritto internazionale, promosso da Flavio Lotti, Presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace e da Marco Mascia, Presidente del Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” – Università di Padova.
L’Europa deve e può evitare che ogni paese pensi ed agisca da sé e per sé. Per iniziare un percorso verso l’Europa sognata da Altiero Spinelli Ernesto Rossi Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, una donna decisiva per la stesura e diffusione del documento ma quasi mai ricordata, dobbiamo ripartire dal progetto di quei padri fondatori:
“…la Federazione Europea è l’unica garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano volgersi su una pacifica cooperazione in attesa di un più lontano avvenire in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo…” (Manifesto di Ventotene 1941).
“…Verrà un giorno in cui si vedrà come i due grandi gruppi di paesi, gli Stati Uniti d’America e gli Stati Uniti d’Europa […], si guarderanno in faccia, si porgeranno la mano attraverso i mari, scambieranno i loro prodotti, il loro commercio, le loro industrie, le loro arti, i loro geni… (Victor Hugo 1949 – Congresso internazionale per la pace a Parigi)
Fiorella Carollo è orientalista, laureata in giapponese a Ca’ Foscari di Venezia; ha una formazione antropologica e ha approfondito il pensiero femminista con particolare attenzione a Feminist Film Theory.
Ha vissuto a Londra, Tokyo, Melbourne e Bali, ora vive tra Venezia, Roma e Palermo. Si interessa dei movimenti di protesta, segue con particolare attenzione il pensiero di Vandana Shiva e il filone dell’ecofemminismo. Più di recente ha spostato la sua attenzione sul pacifismo delle donne e sulla crisi climatica. Tra il 2022 e il 2024 ha pubblicato con Multimage: Donne tra protesta e attivismo. Ambiente economia società, e Woman Pride. Venti interviste che testimoniano coraggio visione e talento delle donne.
Adriana Chemello e Mariangela Gritta Grainer
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Il 29 dicembre, in Myanmar, hanno preso il via le elezioni- quelle che i birmani chiamano sham elections cioè le elezioni farsa. Intanto, l’esercito della giunta militare sta bombardando pesantemente da mesi i villaggi nelle zone occupate dalla Resistenza, nel tentativo di riprendersi i territori persi per avere una più ampia base elettorale.
Le elezioni sono state indette da quella stessa giunta militare che ha preso il potere, il 1 febbraio del 2021, ponendo fine all’esperimento democratico con il partito capeggiato da Aung San Suu Kyi, che nelle ultime elezioni del novembre 2020 avevano raccolto l’80% di voti mentre il partito della giunta militare aveva racimolato un umiliante 6%. Imprigionata Aung San Suu Kyi, allora settantaseienne, e gettata via la chiave, la giunta militare ha dato inizio a una dura repressione, arrestando gli esponenti politici del partito per la democrazia, reprimendo duramente le proteste, perseguitando le centinaia di migliaia di persone che si sono unite al vasto movimento di disobbedienza civile (abbreviato CDM), divampato non solo nella capitale Yangon ma anche nelle principali città del Myanmar. All’alba del 2 febbraio, infatti, insegnanti, infermiere, dottori, dipendenti dell’amministrazione pubblica e studenti erano nelle strade rifiutandosi di lavorare e di studiare all’interno di quelle strutture che non erano più al servizio del governo democratico ma di quello della giunta militare. Un esempio luminoso di disobbedienza civile di massa.
A settembre mi sono recata in Thailandia, nelle zone ai confini con il Myanmar, per intervistare le donne birmane esuli che hanno dovuto lasciare la loro terra e la loro vita. Convinte appartenenti al movimento di disobbedienza civile (CDM) non possono fare ritorno perché verrebbero arrestate. Vivono in esilio e sostengono attivamente la Resistenza che combatte al di là del confine. Riconoscono come loro governo legittimo il NUG, il governo di unità nazionale, formato dai parlamentari eletti nelle ultime elezioni democratiche del 2020 e la loro speranza è di riconsegnare il governo democratico ad Aung San Suu Kyi, una volta che la Resistenza abbia vinto.
1 ottobre 2025
È mattina presto quando incontro Ma Su, il cielo è plumbeo, è la stagione delle piogge. In lontananza si sente il tuoneggiare dei combattimenti, di là dal confine, proviene dalle montagne che intravediamo, sono le unità ribelli in lotta contro l’esercito della giunta militare.
Ma Su: “Perché mi sto impegnando per la rivoluzione? Voglio essere una persona affidabile e responsabile per la mia famiglia, la mia comunità e il mio paese. Daw San Suu Kyi quando venne a Singapore a parlare alla comunità birmana, nello stesso periodo in cui io ci vivevo, ci ha chiesto di tornare per contribuire alla crescita del nostro paese. Sono tornata nel 2019 ed ero lì quando la giunta fece il colpo di stato. È stato allora che ho deciso di partecipare alla rivoluzione, fino a quando riusciremo a consegnare il potere al governo che noi abbiamo eletto e a Daw San Suu Kyi”.
Questo sentimento, che la giunta militare ha rubato dalle loro mani il governo che il popolo birmano aveva eletto democraticamente, è un sentimento diffuso tra le donne esuli che ho intervistato, in Thailandia.
Ma Su è una piccola donna birmana e sembra molto più giovane dei suoi cinquant’anni. Ha vissuto a Singapore per undici anni, ha una laurea e un master in ingegneria fisica. Ciò nonostante, quando saliamo in macchina, prima di avviare il motore, giunge le mani, china la testa e rivolge una preghiera al piccolo Buddha sul cruscotto che la protegga dalla corrotta polizia thailandese.
È estremamente devota alla causa della rivoluzione tanto da arrivare ad ammalarsi. Dopo due mesi di duro lavoro di fundraising, spinta dalla volontà di raggiungere il target previsto, non si è risparmiata a costo della sua salute. Le sue energie si sono prosciugate ed è stata ricoverata all’ospedale per più di una settimana con la flebo sul braccio. È proprio in questo frangente che ci siamo conosciute.
Ma Su: “Quando i militari hanno preso il potere il primo febbraio 2021, subito sono scesa per le strade a protestare, preparando cartelli e striscioni con mio nipote. Eravamo tutti e due studenti all’università di Yangon, lui uno studente diciassettenne io invece una matura studente di Master in Banking and Finance. Quando la polizia mi ha identificata con le foto scattate durante le manifestazioni, sono fuggita con mio nipote in un monastero per nascondermi. Dopo l’arresto di un compagno che ha fatto il mio nome, la polizia è venuta a cercarmi anche al monastero, per un soffio mi ha mancata, siamo riusciti a scappare mezz’ora prima che arrivassero! A quel punto me ne sono andata a Bangkok nel giugno 2021 perché il mio passaporto me lo permetteva. Da Bangkok ho continuato un lavoro con il Comitato Amministrativo Pubblico, su loro indicazione già dal 27 febbraio 2021 abbiamo incominciato a raccogliere i nomi di tutti gli aderenti del movimento di disobbedienza civile (CDM), a loro si sono aggiunti tutti i nomi dei donatori. Nell’agosto 2022 sono diventata responsabile ufficiale del Comitato”.
Il suo lavoro era di organizzare le squadre per coordinare e reclutare più “disobbedienti”, per coordinare le donazioni; l’obiettivo è quello di sottrarre sempre più medici, infermiere, insegnanti, persone dell’amministrazione pubblica e perché continuino ad essere dei “disobbedienti” del CDM bisogna fornire loro un supporto economico.
Accanto a questo ha accettato di lavorare per il comitato di difesa pubblica della sua città natale, con il ruolo di tesoriera e fundraiser. Con il Comitato aiuta le persone che devono scappare e lasciare la loro casa, aiuta loro e le loro famiglie economicamente, organizzando una rete di donatori. Per i giovani che vogliono scappare e unirsi al PDF (l’esercito democratico della resistenza) li indirizza ai campi di addestramento, pagando le spese quando necessario.
C’è bisogno di un’associazione per aiutare i prigionieri politici che in quei mesi erano molto numerosi (AAPP), si trovavano in prigione privati di tutto, anche del cibo necessario per mantenersi in salute, ma potevano trovarsi in difficoltà economica anche le loro famiglie. Tutto questo avveniva mentre era a Bangkok.
Ma Su: “Avevo considerato di tornare a lavorare a Singapore perché il mio salario là sarebbe stato molto alto, ma proprio in quel momento il NUG (il governo di unità nazionale per la democrazia) dichiara che il piano per la rivoluzione era di vincere entro l’anno. Lavorare a tempo pieno a Singapore significava non avere più tempo per la rivoluzione, decido di mettere tutte le mie energie e i miei risparmi al servizio della rivoluzione, della mia gente e non parto, però a novembre 2022 mi avvicino al confine con il Myanmar, a Bangkok la vita era troppo costosa.
Qui al confine è più facile lavorare per la mia gente; intanto ci sono centinaia di migliaia di esuli, per questo motivo ci sono anche molti training. Il NUG (National Unity Government) il primo anno ci ha addestrato in tanti aspetti, dall’aiuto umanitario a come gestire l’amministrazione pubblica ecc”.
Intanto la carriera di Ma Su all’interno della nuova amministrazione procede molto veloce tra il febbraio 2021 e il 2023, da tesoriera nel Comitato di Difesa Pubblica della sua città natale diventa responsabile di distretto, nello stesso tempo, da rappresentante per il CDM viene promossa capo del Comitato di pubblica amministrazione. Oltre al lavoro per il NUG, Ma Su si è impegnata anche come tesoriera della fondazione del bonzo buddista più famoso nel Myanmar, Ashin Htavara.
Ashin, viene dalla stessa ragione di Ma Su, è diventato famoso con le proteste del 2007, quando i bonzi si misero alla testa della ribellione contro la giunta militare. Ma i militari non si fecero intimorire e arrestarono, torturarono e uccisero i monaci, causando un grande scandalo presso la popolazione devota del Myanmar. Ashin fu costretto a fuggire e trovò rifugio in Norvegia dove ha creato una fondazione per aiutare il PDF nella sua regione Ayeyardwady, in Myanmar. Non deve stupire che un monaco voglia finanziare l’esercito democratico, dopo il colpo di stato, molti monaci gettarono la tunica arancione per indossare invece l’uniforme del PDF. Ashin è un monaco, piccolo di statura, un giovane quarantatreenne, dall’aspetto rubicondo, ha lanciato una campagna per raccogliere all’incirca l’equivalente di 160 mila dollari, in cui ovviamente anche Ma Su si sta impegnando come tesoriera del progetto di fundraising.
Ma Su: “Molte persone che conosco qui vengono da me in cerca di aiuto per le cose più disparate, devono ricomprarsi il cellulare, non hanno i soldi per comprarsi le scarpe, i vestiti, devono sistemare la casa, pagare la bolletta, e io non ho il coraggio di fare finta di niente; se posso li aiuto con i miei soldi, quando si tratta di cifre più grandi, come comprare un cellulare, chiedo l’aiuto dei miei amici e insieme raccogliamo il necessario. Molto del mio tempo lo impiego al telefono a chiamare gli amici, anche quelli più lontani che non vedo e non sento da tre quattro anni, gli amici di Singapore, le amiche e gli amici che sono immigrati in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Australia, per chiedere se mi mandano un po’ di soldi per aiutare le persone di qui, dopo che magari ho speso un po’ di tempo con loro parlando del più e del meno…”.
La vita di Ma Su non è diversa dalle vite piene di impegno per la rivoluzione di altre donne che ho incontrato qui al confine con il Myanmar. Certo la rivoluzione non si è fatta in un anno come speravano, come gli era stato promesso, ora capiscono che ci vorrà più tempo, e la domanda che si fanno tutte è: “Ma quanto tempo ancora?”.[1]
[1] L’intervista a Ma Su è tratta dal libro di Fiorella Carollo, Resistenze. Da Gaza all’ Afghanistan al Myanmar, Firenze, Multimage, 2025,
